Libri

                   PRIMO TRENO

                                                                                 Collana

                                                                     I giardini della Minerva 
                                                                                        A cura di Maurizio Cucchi

                                                                                                             Edizioni LietoColle 2012

Questo testo è nato in occasione della stesura di una recensione a Primo treno, opera prima di Roberto Kunstler, prefazione di Maurizio Cucchi, edito da LietoColle nel 2012. La recensione è diventata poi qualcos'altro. Questo vuole essere un mio umilissimo omaggio a quello che ritengo uno dei più grandi cantautori del Novecento.
Un sintetico profilo poetico, attraverso i suoi versi e le sue canzoni. 

(Riccardo Raimondo)

L'infanzia coraggiosa

«Roberto Kunstler è poeta e cantautore, ma – proprio perché è poeta, e da sempre – conosce bene la differenza tra un testo che deve essere letto e un testo che deve essere cantato. Lo vediamo confermato in questo suo primo libro, che è un libro di poesia tout-court, dove peraltro, per dare conto in modo non parziale del suo lavoro, nel corso ormai di decenni, l'autore propone, come capitolo finale, anche una scelta di alcuni tra i suoi molti pezzi scritti per musica» – Maurizio Cucchi presenta così, in poche incisive righe, il profilo di Kunstler, nella sua prefazione a Primo treno (Lietocolle 2012).

Come scrive bene il pre-fatore, Kunstler esprime l'animo di «poeta nomade» che attraversa la contemporaneità, che attraversa il mondo eppure è al di là del mondo – per usare una citazione evangelica.

Kunstler manifesta tutta la sofferenza del cercare una dimensione metafisica che non trova spazio nella realtà che vive. E come in tutte le letterature che si scontrano contro le epoche più povere culturalmente e umanamente, ritroviamo emergere in Kunstler gli stessi lamenti che furono di Rimbaud: «fate che sua madre non lo veda / l'infanzia non è di questo secolo». È il tema dell'infanzia tradita, stuprata, ma che in questi versi non sprofonda mai nell'inquietudine del fanciullino indifeso di fronte alle illusioni e alla difficoltà della vita. Kunstler è invece un'aquila coraggiosa, che si lancia in picchiate valorose e, lucidamente, tenta di svelare gli inganni del nostro tempo, con sagacia, con amarezza: «Nessuno si accorge o si ribella / l'inganno è dolce / come il latte della madre».

Già cantava in una canzone del 1977, La città trema l'asfalto infuoca: «Nessuno vuole dire come finirà […] / Siamo sempre così sicuri, pronti a ingrassare come maiali, siamo sempre così sicuri, da scordare che non siamo immortali». Riecheggia qui il porcile di Pasolini. Il porcile della violenza del sogno occidentale divenuto realtà: «molto lontano dietro ad alti banchi, uomini scuri con i guanti bianchi preparano un'altra guerra dicendo che è per te». Sono i guanti delle lobby massoniche quelli, sono i guanti dei gentleman, i guanti della tanto osannata "classe dirigente": sono i figli di una modernità «fenice di colonizzatori commercianti».

Il volo sacro dell'airone

Il poeta, «sognatore sospeso all'orizzonte», ci racconta in versi (oltre che in canzoni) la ricerca affannosa di una Verità «ai sentimenti umani estranea». Una ricerca tanto coraggiosa, quanto insolita nel panorama letterario attuale che vive ancora sulle ceneri del postmodernismo.

Kunstler risponde con chiarezza a una letteratura che è diventata oggi «una sindrome oppressiva / in cui perfino il colpo di genio è retorica». Kunstler risponde con forza allo "spirito geometrico" che sta consumando questo secolo folle. Kunstler risponde: «Nella caverna vuota dell'anima / ancora ruggendo è lo scheletro / nelle sue cavità rimbombano / più di cinquemila anni di storia». Il poeta ruggisce. Il poeta manifesta tutta la sua inquietudine metafisica.

La stessa inquietudine, lo stesso «sole nero» che già fu di Nerval, la stessa angoscia.

Kunstler percorre una Via battuta da millenni, attraverso il ripetersi tragico della Storia; ripete "la voce di mille sentinelle, le grida ripetute da mille cittadelle" – così ad esempio Baudelaire, nella sua poesia I fari, descrive queste estasi, questi pianti, queste «Estasi e stasi» (che è il nome di una sezione della raccolta), questi «echi ripetuti da mille labirinti». Capite? Non è un primo treno. È un altro treno…

Maurizio Cucchi ha scritto che «quello che più conta, in questo poeta dalla scrittura densa eppure nervosa e incalzante, è la validità di una proposta che sembra sempre partire dai dettagli marginali dell'esperienza per arrivare al cuore delle cose e coinvolgere utilmente il lettore nei suoi labirinti». E «nell'alta temperatura di un canto che nulla concede a effetti speciali», Kunstler cerca piuttosto quella «magia suggestiva che includa insieme soggetto e oggetto, il mondo esterno all'artista e l'artista stesso» (Charles Baudelaire, L'Arte filosofica).

Kunstler, artisticamente, è in cerca di questa magia, e la cerca restando muto, restando in ascolto davanti alla bellezza «ad osservare il sogno / da fuori e da dentro». Ma non è una questione soltanto stilistica: in questi versi ritroviamo quelle strade che dalla filosofia greca approdano ai massimi livelli della Mistica Cristiana e Islamica.

Ad esempio sembra di rileggere Meister Eckhart in questi versi: « La macchina da scrivere rimane / il più alto esempio di idea pensante. / In essa è rinchiuso il pensiero / di tutti gli uomini, ha la chiave // di milioni di teste, eppure / non scrive ma si fa scrivere / così come Dio non esiste / ma si fa esistere».

Kunstler così ci fa come una cronaca dei suoi esercizi spirituali, dei moti del suo animo, del suo viaggio intrapreso «esplorando l'attimo», il kairos che ci conduce « all'altro mare, il mare / della persuasione e dell'assenza / di bisogni, dove solo chi non chiede / ha, chi non pretende ottiene / e chi non cerca / trova». Come riecheggia anche in Sorella mia, una delle più belle canzoni che Kunstler ha scritto: 

« Però se è amore è amore non cerca ma è trovato solo dentro al cuore di chi non l'ha cercato». Sono parole che ricordano le Confessioni di Sant'Agostino: «Il luogo della quiete imperturbabile è dove l'amore non conosce abbandoni, se lui per primo non abbandona» (Libro X).

Della poesia e delle canzoni di Kunstler non posso che amare la religiosità selvatica che trasuda da ogni parola. Una religiosità che non ha paura di misurarsi col dubbio; una fede che non ha paura di misurarsi con la ragione. In L'assetto dell'airone scrive: «Non c'è ancora certezza / nel mio pensiero / tutto si fonde nell'immensa danza / dei boschi, dei cieli, dei mari». Ecco cos'ha da dirci questo «angelo pellerossa», questo "alchimista metropolitano" che trae senso dalle tradizioni religiose più diverse, e ne cerca una sintesi, la sua «rosa filosofale». Una fede, anche, che non ha paura di confrontarsi con l'Eros e con la passione.

In una delle sue più belle canzoni, Mamma, Pilato non mi vuole più (Virgin 1989, parole e musica di Roberto Kunstler), canta: «Immagina se fossi nata in un giorno di almeno duemila anni fa. / Sapresti tu riconoscermi fra i profeti che vivevano là? / Saresti disposta a restare al mio fianco? / Faresti questo per me? / Se io fossi arrivato alla fine del viaggio / ti fermeresti questa notte ancora con me? […] / Io non vedo più il senso in questa notte deserta, / non vedo più la verità. / Ma quello che è peggio, signori, state allerta / è che qualcuno di voi mi tradirà». La canzone ci racconta di un profeta, di un Cristo, innamorato della sua donna. Ci narra la sua malinconia perché sa che verrà tradito da un Giuda, perché sa che dovrà lasciare il suo amore terreno.

Un altro Giuda appare nella poetica di Kunstler, in questo libro: «Un piccolo e adorabile Giuda / ispira il mio cammino e le mie notti . / C'è una calma e un'aria / così limpida che non sembra // più nemmeno una città». Pare di sentire l'eco di quel concetto di antica spiritualità cristiana che dice più o meno così: «il diavolo è la scimmia di Dio». Qual è il messaggio? Che bisogna avere misericordia del male, di questo Giuda piccolo e adorabile.

L'amicizia

Vale la pena spendere due righe sull'amicizia fra Kunstler e Cammariere, che traspare continuamente, in versi e canzoni commoventi e di una grazia immensa, come I ricordi e le persone: «Se tutto fosse com'era ieri / chissà che uomo sarei. / Potrei raccogliere i tuoi pensieri / e poi nasconderli dentro ai miei […] / I ricordi e le persone fanno parte di noi / ma solo poche cose belle rimangono nel cuore».

L'amicizia è una tema caro a Kunstler, e strappa sospiri di tenerezza rileggere le parole di alcune sue canzoni (raccolte alla fine del volume), dopo aver letto le poesie: «Avemmo padri avemmo madri / fratelli amici e conoscenti / ed imparammo a dare un nome nuovo / ai nostri sentimenti» (da Dalla pace del mare lontano).

Verso un nuovo lirismo spirituale

A una prima lettura questa raccolta può apparire aspra, forse poco agile. Ma rileggendola ci si rende conto che abbiamo a che fare con qualcosa di davvero speciale. Rileggendola, capiamo che stiamo dialogando con uno spirito libero che non ha paura di guardare in faccia la Realtà e di mettersi a nudo di fronte a essa e – quel che più emoziona – di fronte …a noi, senza «sprecare parole».

E questa immediatezza, questa schiettezza, questa onestà intellettuale, non premia solo il Kunstler cantautore, ma anche il poeta e la sua poesia – a dimostrazione del fatto che si può fare una poesia che abbia presa sulla realtà, sulle cose, sulla vita, in contrapposizione alla forte auto-referenzialità che inquina la cultura contemporanea.

Maurizio Cucchi ha sottolineato, in prefazione, la dimensione narrativa di questa poesia, o meglio ha parlato di un «percorso che si arricchisce di numerosi movimenti narrativi, di prelievi dalla memoria e da "un antico baule di capriole", di elementi tratti da una vicenda personale che si intuisce vissuta con voracità e inquietudine».

Dal mio canto vorrei sottolineare gli aspetti più propriamente lirici di questa poesia che secondo me si avvale di "momenti narrativi" (oltre che di «movimenti») per dare un più forte senso di realtà all'espressione del sentimento, all'espressione dello spirito: «Terribili e scalzi gli angeli / nella notte restavano seduti».

I versi più brevi e più concisi poi, più che «la brevità della sentenza, dell'haiku o dell'epigramma», mi ricordano la sinteticità della Parola ispirata, della parabola, della profezia: «A Babilonia il tempo è fermo / da un'eternità».

A una poesia netta, "generatrice di senso" – concetto molto caro a Cucchi –, Kunstler unisce i toni più morbidi e lirici di una poesia spirituale, attraversando anche temi più "mondani" come la malinconia, la nostalgia, la lontananza: «Dov'era / il mattino con i suoi canti? / Il mio corpo piangeva immobile / sul lato della strada. Perché / bere quel liquido immortale?».

(Riccardo Raimondo / da "Ecologia del verso", 2012)

CANTIERE

                                     Cinquanta canzoni, poesie e altri versi

                                                                            (1979 - 2019)
                                                
                                                                                        DiFelice Edizioni, 2019


Sono passati più di quarant'anni da Gente comune disco di esordio (Festival di Sanremo 1985) e più di trenta da I ricordi e le persone – primo album firmato assieme a Sergio Cammariere – e Roberto Kunstler non ha mai perso l'ispirazione e non ha mai perso la sua strada.

Molti infatti adesso sanno il valore del suo contributo sulla musica e soprattutto sui testi di Cammariere, ma non tutti sanno che questo artista romano scrive musica di alta qualità fin dai primi anni '80; e chi lo conosce bene sa che se non ha mai smesso di comporre a ritmi a dir poco frenetici, il motivo non è l'amore per la musica, la passione per la poesia, la voglia di raccontare, cercare, descrivere. Il fatto è che Roberto Kunstler vive di musica, nel senso che la musica la mangia, se ne ciba ogni giorno e solo a vederlo uno potrebbe accorgersene.

Quando si parla di musica parlando di Kunstler bisogna essere chiari: forma canzone, testi e musica, testi semplici e fruibili, ma grondanti, letteralmente fradici di poesia. Non esistono mode, ovviamente, né tempi, perché questo cantautore romano è fuori del tempo. E se uno ascolta i testi delle sue canzoni se ne rende conto immediatamente. Difficile trovare un luogo, uno spazio e un tempo in cui collocare questi brani, per- ché musica e poesia non hanno tempo né spazio e le storie di Kunstler non ne hanno per definizione.

La ricerca è continua: c'è un anelito quasi inconscio verso il Dio che è presente dentro ognuno di noi, c'è la smania di perdersi in amori metafisici e in desideri molto terreni, c'è la curiosità e il bisogno di dipingere momenti irripetibili, c'è la domanda di ogni rapporto, il dualismo, il 'tu' che diventa 'io', l'aspirazione e il terrore della fusione e dell'unità.

C'è dolore, redenzione, simbolo, sogno. C'è blues, rock, Dylan, Tenco, Rimbaud, Michelstaedter, endecasillabi, sapienza assoluta nell'uso del verso.

Roberto Kunstler non è uno che ci giochi con le parole. A sentirlo parlare si potrebbe sospettarlo. La frenesia con cui distribuisce suoni, rime, vorticosi giochi linguistici, assonanze, figure retoriche potrebbe lasciare il sospetto che ci sia una presa in giro di fondo, un'autoironia incontrollabile – e in parte è anche così. Ma a lasciar sedimentare la continua ricerca si scopre la verità.

Kunstler è uno che la poesia la scrive e la scrive con cognizione assoluta. La scrive in un modo perché compaia su carta e la scrive in un altro modo perché accompagni la mu- sica, perché vi si fonda, perché ne sia l'anima, la forma, la materia, nel solito gioco di dualità-unità. 

(Matteo Nucci)

                   VITA D'ARTISTA

                                        Un ragionare al margine dei disegni di Roberto Kunstler

                                                                   di JONATHAN GIUSTINI

                                                                              Arsenio Edizioni, 2021

Un sogno di figure d'altri tempi/mi parlano di te come il pastore/che va benedicendo per le strade/i ciclamini e gli alberi già in fiore.

Lo scenario è apparentemente semplice, almeno credo: c'è un alfiere che non muta mai di aspetto ma che si aggira per le strade anche di notte, una regina sopra la torre e voi che guardate questa scena. Intanto spunta il sole.

Potrebbe sembrare una storia d'amore. In realtà è una canzone che racchiude molte facce e dunque molte fotografie.

Figure d'altri tempi. Dagherrotipi, sfumati, virati seppia. Poi sformati dall'uso. Ma laddove una volta la messa a fuoco ed il contrasto erano le sole vere abilità, o almeno così si credeva, nelle vecchie fotografie ai primi del secolo scorso. Semplici e profonde regole. Old times. La magia del bianco e del nero. Della destra e della sinistra. Un po' come la regola aurea della sceneggiatura: pieghi il foglio in due parti; in uno scrivi i dialoghi e nell'altra parte le scene e descrivi gli ambienti. Puoi al massimo andare in verticale, all'americana per capirci.

Perché non c'è molto altro. Non c'era tecnica in quegli antichi cercatori d'oro, fra le fila di quei nostri puritani antenati vittoriani. Si mettevano in cammino e via. Non credevano ai confini. Non consideravano alcuna restrizione. Se ci fosse magistero, perizia calligrafica e sublime tecnica del pennino, è un altro paio di maniche. Comunque non c'era allora raffronto e non c'era limite alcuno; si trattava di terra da esplorare, da conquistare. Dove non puoi avere regole. Una corsa all'oro.

Puritani, pastori, camminanti e sulla loro scia anche la testa matta di un bambino che inizia a scarabocchiare su di un quadernetto parole e figurine.

Così nascono o almeno ho stupore di credere, i disegni di Roberto Kunstler. Forse anche prima delle parole e comunque certo prima delle sue canzoni. Ai tempi insomma della corsa all'oro.

Ma non chiediamoglielo.

Ora lo immagino in questo sogno di figure d'altri tempi fare sua la frase di Jack Kerouac, appena uscito dalla marina mercantile: sceglierò i camions, dove non ho da spiegare niente e nulla è spiegato, tutto è soltanto reale. Quasi una modalità di scrittura involontaria, ma capitata e accaduta realmente.

Mentre viaggia incontra Neal Cassidy. Il suo personale Shelley. Ma è comunque vapore. Ombra. Quasi un alter ego. Prendere la strada e diventare un'altra persona.

Irresponsabile, infantile, così innocente da parere un santo. Le foto ce li fanno vedere tra il Greenwich e San Francisco sempre "dig each other". Insomma due che si capiscono. Ma in realtà sono molti più di due, lui e il suo amico immaginario. Gli altri, è storia nota, si chiamano Ginsberg, Orlovsky, Corso… Quelli della Rinascenza e Ferlinghetti se li erano lasciati alle spalle già da tempo.

Nasce così, dopo la corsa all'oro, il mad trip verso l'Europa, alla ricerca delle inconsapevoli origini. Si fingono pittori e cercano di vendere quadri che dipingono seduta stante. Vanno a trovare Picasso e entrano in possesso di una scimmia.

Sono tutte figurine d'altri tempi, scenette di vita che penso Roberto conosca in un angolo remoto della sua mente. O quantomeno mi diverte pensarlo.

Conosce di certo però l'ode alla bomba atomica. Impara a tagliarla e ritagliarla.

Scompone e ricompone sempre tutto. Come mescolando incessantemente un mazzo di carte. Erede del cut up e del dadaismo. Lo fa nelle canzoni e con i disegni.

Con lui il tempo è un andirivieni. Un girovagare da forsennati. Un allontanare lo spettro della rassegnazione e le leggi razionali che imprigionano l'uomo moderno. Il sogno di un altro millennio in cui operare indisturbati.

Mi viene da assecondarlo ad occhi chiusi. Perché sono cose d'altri tempi, continuo a pensare. E mi sento catapultato dentro un rullo di Charlie Chaplin con una Bibbia, protestante o cattolica che sia, ben impilata nella mia sporta da viaggio.

Così mi sono accorto che i suoi disegni trovano albergo dentro certi minuscoli, smangiucchiati diari dal sapore vittoriano. Che sembrano usciti da un romanzo di Emily Dickinson, come da una cronaca firmata Charles Dickens.

Sembra proprio roba d'altri tempi. E una storia di poco più antica ancora. E così voglio provare a pensare per un momento quasi ad una cosa alla Spoon River, immersa in un'America da prima guerra mondiale. Norme correnti e codici e costumi ispirati all'ottocento; quando è sconveniente parlare di sesso, perché le grandi virtù non sono state messe in discussione. Direbbe la Pivano che "non era ancora nato il sospetto che dall'amore per la patria nascono le guerre, dal rispetto della morale nasce a volte l'ipocrisia, dall'osservanza del dovere nasce spesso l'infelicità".

Senza perizia, senza puntualizzazione, senza bordature, senza contorni. I diari appaiono ad una certa altezza della sua vita, molto presto a dirla tutta, come in una sorta di sperduta eterna adolescenza. Un luogo immaginario della mente, un prato verde, una vallata o un abisso. Un sonetto di Alcmane o uno di Anacreonte. Forse un diario. O l'ultima pagina dell'Antologia palatina che racconta di epigrammi e di epitaffi ai tempi dell'antica Grecia, tutta spostata però sul versante della passione e dell'intimità.

Diari e quaderni che cominciano a spuntare d'improvviso nella sua vita, come funghi, come licheni, come allodole. Ne imbratta decine, forse centinaia. Sono piccoli e sformati, altri aderenti alla costa, certuni squagliati dal fumo e dall'umidità. Dalla pioggia e scartabellati dal sole. Cert'altri non esistono più, chiusi in una qualche scatola o soffitta. Anche se ho pensiero di credere che nulla si sia perduto veramente nella sua vita e ricerca forsennata.

Sono diari in cammino. Sembrano quasi un'antologia delle belle pianure: perché non sono che il sogno di un sonno benigno. Vanno ancora a passeggio e ascoltano l'allodola.

Eppure mostrano, a sfogliarli, anche crisi di coscienza, certi sospetti, questi sconvolgimenti interiori; quasi fermenti e piccole rivoluzioni. Sanno di dadaismo anche in parte, ma senza rivedere troppo le leggi morali e quelle estetiche. Perché poi alla fine siamo nel cuore della vecchia Europa, tanti anni dopo.

Smantellano certi pilastri del conformismo borghese, del convenzionalismo: se la prendono con l'ipocrisia e la meschinità.

Nemmeno Roberto penso ne sia stato consapevole. Il verso è libero. Dalla vecchia Europa poi si sposta a New York, senza saperlo.

Insomma Edgar Lee Master prende parola. Così per Dylan. Per De Andrè. Come anche per Roberto Kunstler. Anche se più avanti vedremo e sentiremo altro a suo dire e straparlare.

Comunque…

Una sera tira fuori all'improvviso da una giacchetta una copia di Cantiere, la sua raccolta di canzoni e poesie ed altri versi e me la porge.

Donovan a pochi metri da noi. Il menestrello di Glasgow. Se è martedì deve essere il Belgio. Ecco, pare proprio una sera uscita fuori in un certo modo. Fuori dal coro. Fuori dal tempo. Non è niente molto chiaro. Per questo mi distraggo e leggo i suoi versi e vedo a latere del libro certi disegni.

Tutto nasce così. Da un libro arrivato a sbattere addosso a me da sotto un tavolo. In contumacia con le note di Jennifer Juniper e Mellow Yellow. Da quello strano cappello di lana calcato sulla testa di Donovan Phillips Leitch. Dallo sguardo insistente e dolce di Roberto.

Dal viale della panna mantecata.

Da una cosa d'altri tempi.

Ma perché mi sono lasciato convincere? Mi dico a voce bassa.

E' una grossa responsabilità, mannaggia a me!

Ma perché mi sono lasciato convincere? Mi vado ripetendo.

Noi due soli qui partendo quasi da zero. Rifletto questa volta ad alta voce.

Ma perché mi sono lasciato convincere? Mi viene da domandare una volta ancora.

Non dovresti coinvolgerli troppo in questa passione.

Ma perché mi sono attardato a convincermi? Ripeto con veemenza.

Non vorrai ritirarti proprio ora?

Il destino non poteva riservarci una prova più dura.

Mi viene da scherzarci sopra ancora oggi. E torno a giocare con le parole di Roberto e i suoi quaderni da cui sono nati questi disegni che sto andando a raccontare, a compitare, a sorvolare.

E' da sempre un cantiere in lento movimento. Spasmodico. Convulso. Affastellato. Abrasivo.
Vorrei sapere cosa ne pensi? Me lo avrà chiesto cento volte Roberto insistente.

Ho un pensiero che non mi lascia in pace.

Ed è il corpus di una sua poesia che leggo ad alta voce

Ho ritrovato la memoria/primo dono della dannazione/posso seguire finalmente/il sentiero del perdono/a voi la lista dei miei peccati/l'ora del giudizio si avvicina/e se un bambino si sveglia uomo/fate che sua madre non lo veda/l'infanzia non è di questo secolo.

Quel bambino che si sveglia uomo e che invoca che sua madre non lo veda. Un'infanzia perduta, ma da recuperare. Questo il pensiero che non mi lascia stare in pace. Riprendersela l'infanzia nel tempo di un risveglio, nel barlume di un battito di ciglia. Riprendersela tutta intera. Ma non con la poesia. Bensì con il disegno. Questa volta. Come una Bibbia che diventa nomade, dunque offerta al migliore offerente. Una Bibbia che prende a viaggiare accanto a noi. E diventa taccuino, disegno, sulla vita privata, gli amori, i piccoli gesti quotidiani, le avventure drammatiche, i successi felici e le tragedie solitarie. Una Bibbia piena di canzoni, di canti e poi sermoni. Ma leggeri, impalpabili. Mascherati da note a margine, da lingue immaginarie, da versi sciolti.

E certi disegni come francobolli. Incollati, lanciati, perduti. E i tanti libri letti.
Un diario come una Bibbia. La stessa cosa. E via per mare sulla nave Essex o sulla Pequod a raccontare che in prossimità dell'Equatore avvista la balena bianca con cui affronta un tremendo corpo a corpo. Ne viene ridotta a rottame. Il comandante Owen Chase, prima di abbandonarla, recupera dell'acqua potabile, una manciata di gallette, qualche strumento di navigazione e con gli altri superstiti dell'equipaggio su tre scialuppe provano a raggiungere una terra. Ma non Tahiti che pareva così vicina, piuttosto affrontano un viaggio molto più lungo verso la civiltà. La paura dei cannibali li tiene lontani dalla vicina terraferma.

Sono solo scenari, sottofondi, di una tradizione romantica dalla quale Roberto sembra uscito. Nell'andamento, nel passo, nel modo di vestire. Con in tasca il Coleridge di The Rime of the ancient mariner eccolo a colloquio con il vecchio comandante sopravvissuto al suo stesso naufragio, alla furia del tremendo Leviatano. Un maledetto, un guardiano notturno, un vendicatore. E sullo sfondo la storia della balena pensante. Un insuccesso momentaneo. Che si tramuterà in un trionfo futuro. Magari anche grazie a Stevenson.

Comincia dunque anche così, con questo sapore di antiche rime marinare e recensioni sbagliate, questa avventura delicata e sofisticata. Tenera e delirante. Profondissima e immanente.
Comincia così con Roberto che fa domande semplici e complesse: ma quanto grandi i fogli? Ma quanti ne devo produrre? Ma devo usare il colore? E la firma? E ci metto dentro le parole? E se usassi un cavalletto? Pennarelli, ne serviranno? Di certo matite. Qualche grafite? Ma poi scusa, con le cornici? Domani vado a cercare….

Ode al fissativo. Al fissativo che gli consiglia un giorno qualcuno che di metodologia e tecnica ci capisce veramente. E non lo senti più per qualche giorno, dopodiché riaffiora, ondulante, dolcemente appiccicoso, tenero e innamorato. Eterno ripetente dello stupore.

Perché i suoi disegni non esistevano prima veramente. Sono nati ora. Fuoriusciti da un angolo della sua memoria, della sua infanzia. Accampano ora una nuova identità. Sono lacerti dello spirito e del vento di una vita. Ci accorgiamo poi nel mentre, lui nel fare, nel produrre e io nello scrivere, parallelo al suo, che anche Leonard Cohen ne faceva. Con la stessa tecnica: pochi tratti, sempre solo volti, qualche brandello di frase e come uno stampiglio a margine. Rosso. Un fregio. Un ideogramma. Mi ricorda Capogrossi. Il suo modo di dire addio. Che poi è lo stesso di Jeanne Cocteau. Sembrano disegni tutti dello stesso autore. Come se ad un certo stadio della vita tutti ci assomigliamo. Ma forse è proprio così che accade. Potremmo infatti quasi andare indietro alle Poesie e Poemes di Giorgio De Chirico, che infatti trovo tra i libri di Roberto, con quello scritto illuminante firmato luglio 1919, che riproduce la sua stessa calligrafia, di un De Chirico a passeggio in un calda mattina di luglio nei corridoi della Galleria d'arte moderna invasa ed imbrattata dai "colleghi cercopitechi" le cui opere attraversano "il palazzo delle oscurità! . Quei colleghi che lui però non si azzarda qui e così a nominare nell'arte del disegno, ma semmai, a tirargliela tutta fuori, solo nell'arte della musica. Per qualche breve istante e commento che ci porta fuori tema. Ma infatti qui si parla di immagini, di disegni. E per fortuna. Che, se ne parla, lo fa comunque con lingua di dolcezza e non biforcuta.

Perché comunque arriva sempre la lingua di Roberto. La langue e la parole. Con quella sua faccia ossuta e dissonante, con quei suoi capelli elettrici e spigolosi. Con quel suo parlare nevrotico e sistolico. Ciao Robè che ci fai ancora nel mentre della vita? Davanti ad un cielo grigio ed inquinato, nel tuo frettoloso affanno, ombra disgiunta, cuore solitario, oracolo pennuto. Tu non rechi bandiera e non ti arrendi al suono del denaro. Tu laureando e cantautore che osservi ancora da lontano e certo comprendi che al fondo nulla più si muove e che il tempo è un'invenzione dell'umano.

Oh quanto mi piace compitare la sua scrittura e rifargli il verso! E mentre mentre mentre tutto passa e tutto se ne va, capire che la scrittura, come la pittura, non è solo quel che appare/è logica è matematica/è cifra da decifrare/è l'ossessione tragica/del continuo perpetuare/di un'allusione fonica/di matrice universale.

Anche la pittura, in fondo, va come la musica e niente la può fermare, perché squarcia e libera ogni velo. Quel qualcosa che ancora si riesce al fondo a liberare.

E' semantico a se stesso l'artista. E' parallelo al suo poetare, al suo musicare. E' affine alla sua ombra. In fondo i suoi disegni sono piccole ombre, ecco, fessure disgiunte, insinuose, sgraffi di penna, barbagli in inchiostro. Pozzanghere di nero.

Sono lingua immaginaria perché tutta l'antica saggezza, chiusa in se stessa, sé stessa spiega.

Il placiterne/che y honnorte/mettascésti a pulladére/poi qocidresti ittali punta/astichel zionte pezzai tjorjge/ma nun chetrave de chiester/mi fembèt, chei pron/se ti antrion, adivo/ stitzitarla cin clianta/ di trianze e controe.

Dobbiamo risalire al 1981 quando in una delle "previte" di Roberto si forma la materia grigia, ovvero il pensiero. Nasce prima di lui, lo pensavano anche Gaber e Luporini questo: noi nasciamo dal pensiero che prima di noi preesiste e informa la nostra vita. Siamo placiterne e dunque metanasciamo. E vivendo incontriamo l'amore e ci interroghiamo su come dobbiamo comportarci con esso. Tutta la vita è un continuo interrogarsi sull'amore. Su come fare bene in questo campo scosceso e tortuoso.

Impariamo presto che bisogna stitzitare, ovvero, agitare bene prima dell'uso.

Capisco insomma che sono di fronte ad una ricetta d'amore dettata e poi macerata a lungo in una lingua del pensiero; i consigli inconsci di come deve essere trattata, dall'amore, niente altro che la vagina.

E Rimbaud sorride in un angolo del foglio, faccia non ancora disegnata, ma già biacca, fondale bianco, matita che ha preso a correre ormai inarrestabile oltre ogni dire. Un testimone oculare che prende il posto di Baudelaire. Che lo scalza dal proscenio del foglio. Come se le due facce si sovrapponessero in un eterno duello poetico.

Vince quello che è più amico e che arriva a consigliare bene, a farti da vicino, vero e profondo testimone quando ancora non esisti. Come Coppi e Bartali. Un giorno avanti l'uno e il giorno dopo, avanti l'altro.

E così cerco, disperatamente immerso in decine e decine di disegni, il rimedio, la ricetta e il suo profondo significato. Mi rigiro frenetico il segreto tra le mani e poi abbandono il senno per seguire questa musica che dice solo che il placiterne devi metterlo a bagnomaria e poi farlo cuocere lentamente. Ma non devi esagerare. Bensì usare moderazione. Ma se invece seguissi un altro percorso? Perché in verità io ardo dalla voglia di averti e di stizitarla con clianza.

Ma qui non siamo in una canzone dove le cose vanno dette in altra lingua e raffinata cortesia di comprensione.

Nei quaderni di Roberto l'arrivo di questo testo risale, come lasciavo intendere poco sopra, al 1981. Nemmeno troppo tardi nel tempo. Arriva insieme alle facce dei poeti amici. Vive con quei volti che sorridono irridenti, blasfemi e soddisfatti alla volta di questo fratellino minore che hanno visto nascere e rapidamente crescere. E che ora se ne sta lì, nella sua stanza sopra i tetti, nella sua vita d'artista, a riannodare le fila di un'altra vita. A vivere la scommessa di una mostra. Il folle ardire di disegnare veramente.

Con licenza permettendo confessa che da piccolo ha avuto la poesia, malattia atipica, che produce iperattivismo della mente e dunque attenzione, percezione, ricezione, elaborazione e sintesi dei dati che ogni giorno l'universo ci fornisce. Trattasi di disfunzione, ma propedeutica all'avvento di un pensiero nuovo e comunque antico.

Roberto è lucidissimo in certe sue dissertazioni poetiche sulla scrittura. Parla, infatti, che in caso di tal contagio solo si può sputare "l'amara sorba". "Di poesia ci si ammala con la vicinanza e la frequentazione delle belle donne". La pittura arriva dunque lenitiva, una talassa, una clianza, una ciarla figurata benevola. Pomata, unguento magico. Profumo per irradiare la nuova consapevolezza dell'essere.

Scrivo per concedermi pause dall'essere. Dipingo per induzione extra intellettuale. Per sostenere, riannodare, spalmare balsami leggeri sul mio pensiero nuovo. E' un insolito segnale che richiama un vagheggiare, una misteriosa luminescenza. Un linguaggio ancora in fondo tutto da inventare o da riannodare nel tempo inverso. Ed è straordinario questo rinascere di Roberto all'invenzione di un linguaggio, all'epifania della pittura e del disegno. Al loro farsi, disfarsi e rifarsi tra le sue dita.
Assisto con stupore al suo stesso stupore. Al dispiegarsi delle opere.

Se potessi con te collegarmi/e parlare col solo pensiero/di qualcosa che simile a un sogno/ci accompagna con grazia e mistero.

I suoi disegni nascono allora dopo il linguaggio. Prendono il posto delle parole. Arrivano per compagnia. Sono una costellazione nuova, di linee e di fiammelle, di cerchi e di cornici, di sagome e carboni. Nascono e possono nascere per ciascuno di noi ad una certa altezza della vita, anche presto, anche tardi, per vedersi così riflessi nell'incedere di un discorso ancora andante che si è fatto memoria del tempo. Disegni come foglie che fioriscono sulle pagine e lungo la strada per annunciare una nuova primavera.

Messaggeri di luce in un sistema complesso come la vita dove l'artista è un io senza fissa dimora e possiede una sete senza corpo. Narra Roberto di un Sahara perpetuo che ci conduce all'altro mare. Il mare della persuasione e dell'assenza dei bisogni. E dell'amore che non chiede, ma dà.

Sempre chiedere, pretendere, cercare. Non v'è scampo, bensì una logica serrata. Un percorso inesorabile e definito. Bisogna saperlo accettare e ancora e sempre andare. E' l'onestà del sangue. Hai bevuto il liquido immortale? Ti farà ritrovare il viso del tuo sogno. Buongiorno egregio Signor Maldaurora, la mia è un'ambizione che sembra una malattia che non posso curare, esiliato, come sono, in questo strano luogo che in certi momenti sembra una stanza in affitto, all'ultimo piano di una casa, con un piccolo letto di ottone in stile vittoriano. C'è una finestra grande che illumina la via, pioggia sui vetri e fuori una città. Una brocca gialla, la sua ombra sul muro, spazzole piene di capelliAnche le forme sono bugiarde/come fiori in stoffa e la realtà/è più falsa di un cristiano.

Il disegno raddoppia la realtà e la sua vita quotidiana. La specchia e la ribalta.

Un temporale di giugno/i gomiti sulle ginocchia/una maschera di bronzo/sulla faccia assonnata di pietà/più solitario di un corvo/più grigio dell'orizzonte scozzese.

Il disegno diventa allora un tappeto sopra il quale tutto si confonde. Si confondono i volti e i profili. Il profilo dell'aquila e le labbra della morte.

Sono creazioni a metà dove la realtà appare camuffata e il pittore capisce di trovarsi in ambito di continue riflessioni. Lo scenario va trattato comunque vada con coraggio, perché ridere è cosi difficile.

Un giorno lo vado a trovare e lui se ne sta lì, in quella casa sopra i tetti, seduto come un angelo. In piedi come un poeta. La vita, mi racconta, non è un'allegoria. Sai, sono rimasto sveglio molte notti, ma non ti parlerò della mia stanchezza. Ne tantomeno della mia genesi. Arriverà l'inverno a riprendermi per sfatare leggende e visioni. Quelle che narrano di un viaggiatore che riemerge sorridendo ispirato dalle onde: sognatore sospeso all'orizzonte.

Parla come versifica. Disegna come parla. Da sempre accade questo.

Roberto si riflette nel ferro.
Temperando matite/oltre la mezzanotte/non bisogna sprecare parole

E poco dopo

Tutto si fonde nell'immensa danza/dei boschi, dei cieli, dei mari.

Ma noi pensiamo intanto alla modernità, e ne parliamo abbondantemente, in questa casa che non sembra nemmeno una città, dove l'arte non è mai stata una questione di volontà, ma un sistema di sopravvivenza. Disegni, come nuvole, con infinita struggente bellezza del creato.

Un asso e un nove di picche/per la tristezza diventarono blu/così si svegliarono dadi/un Jack e una Donna di quadri/al sole dell'abat-jour/

Da queste figure si creava in me/un'associazione allusiva/ad un sistema di vita non vita/

Questo/ è(era)/il problema

E' un sistema complesso. Nascosto dietro i fogli bianchi, bianchissimi, questi volti così impalpabili, vibranti, come fuoriusciti da uno spartito senza pentagramma, senza più terra. Senza cornice alcuna. Che sono già mutati e che muteranno ancora un giorno. Perché Roberto è ripartito da capo, dall'infanzia, ha iniziato il nuovo complesso sistema da poche ore e siamo dunque in piena scoperta del linguaggio. Ma già molto avanti. Non so nemmeno se avrà ascoltato le mie parole, se avrà sbirciato le coordinate delle mappe che gli ho disegnato, a parer mio, sotto gli occhi.

Il tratto è consumato, frenato ed espanso. Desueto eppure sapiente. La firma non è un problema. Può apparire come sparire. Compaiono tecniche da manuale, come raffinate tempere e carboni. Dove non c'è inizio e non c'è fine. Ma solo un lungo, frenetico attraversare. Un'azione percettiva. Non sai da dove arriva il vento. Il pittore è uno strumento. Due volte, anzi, strumento, l'uomo: prima di un canto e ora di un disegno.

Scrivere e dipingere per "concedersi qualche pausa dall'essere".

Ho come la netta sensazione che inconsciamente siano disegni accompagnati dal ripetersi a mente, in modo spasmodico e compulsivo, la poesia di Rimbaud Voyelles. A guisa di tautologia, di coro, di litania. Non penso a le Correspondances di Baudelaire, piuttosto proprio a Rimbaud e a quel suo A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu. Cubi colorati, nascite latenti, alchimie della parola, visioni per il veggente, simbolismo. Conforto nella nuova avventura, ben sapendo che qualcuno, due secoli prima, aveva comunque già osato molto più di lui e messo il naso con le parole dentro universi paralleli. Rimbaud che si rappresenta nel 1873 come un contadino nella fattoria materna, mi ricorda certi disegni di Roberto. Ma non è una stagione all'inferno, bensì una nuova vita.

Il suo io è già stato un altro. Ora si rappresenta e si lascia guardare

Chi studia con il cuore/Non ha bisogno/ di ingobbirsi a un tavolo per ore/Il cuore è l'enciclopedia/ del sapere universale

Ed è incredibile che questi versi siano davvero gli ultimi da lui scritti, o perlomeno da lui pubblicati. Perché ora sono arrivati i disegni a continuare l'opera, il linguaggio, il segno. La lunga estate calda della sua percezione, dove ogni gesto è ispirato, libera le parole, non è a favore di nessuno. Semmai è contro tutto. Perché assomiglia alla fine ad una dolente illuminazione, una ossessione nottambula – anche se adesso Roberto dipinge anche di giorno -. E' canto, pianto, gioia e dolore. Parto e gravidanza. Fiore aperto. Una rosa che sboccia prematura. Albero senza frutti. Sole nero. Crisalide. E loro canto.

Roberto Kunstler non è un pittore maturo. Lui è assolutamente prematuro. Viene prima. E dove andrà un domani non ha importanza. Perché già è stato. E' diventato. Ha vissuto come veggente. L'ego non c'è, è solo farsi strumento. Cita convulsamente Maria Teresa di Calcutta: io sono come una matita, mi faccio antenna. Ritrasmetto. Essersi sbarazzato di quell'ego ingombrante che depista: la mente la uso per fare le cose pratiche, come andare alla posta, scrivere un arrangiamento. E alla fine della giornata ripiegarla per bene e rimetterla dentro il cassetto.

Noi non siamo io. Leggo e dimentico. Non conosco l'accumulo di conoscenza. Ultimamente provo simpatia con chi sostiene che l'io muore quando si scrive.

In qualche punto della testa esiste la fisica quantistica, l'atomo.

Cohen una volta disse a Dylan più o meno così: tu ci hai messo 24 ore a scrivere Like a rolling stones. Io anni a fare Halleluja.

Mi appare ora incontenibile Roberto nel provare a raccontare i suoi disegni. Sono quasi per crederci a questa nuova incarnazione e che ancora possa esistere un'esistenza che sperimenta l'illuminazione.

Sapete di cosa sto parlando.

Tutta la vita è stata come una bilancia: su di un piatto la ragione, sull'altro l'istinto. Il conforto della dimostrabilità: far tornare i due piatti del bilanciere sullo stesso livello.

Io sono attraversato. Non scrivo, sono scritto.

Le religioni primitive, gli sciamani, un tempo. Loro stavano tra il mondo profano e quello sacro, tutto ciò che sfugge ad una spiegazione razionale. Anche il pianto e il riso sono così.

Mi metto a servizio del pensiero che attraversa tutti. Tu che decoder hai?

Perché conoscerete certo quel testo, anzi quella lettera.

Il poeta si fa veggente attraverso un ragionato sregolamento di tutti i sensi: attraversare tutte le forme d'amore e di pazzia fino ad arrivare alla quintessenza.

Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all'ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all'ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l'intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste!

La donna è il punto di contatto con il sacro, lei ne è già parte. E' parte del mistero della vita. Non ha la necessità dell'uomo di riconnettersi, non possiede quell'anelito. Ungaretti in un suo quaderno scrive che il compito dell'uomo e della donna moderni dovrebbero essere quello di riconciliare la verità con il mistero. Che sia salvifico o di dannazione.

E a questo servono le canzoni. A cantare esattamente questo : perché nel cuore, sai, non c'è una logica/ma l'attitudine è ancora quella/di riconciliare il vero col mistero/Non mi lasciare qui/stella d'oriente che brilli nel cielo/mostrami ancora la strada che devo seguire/dammi la forza che solo l'amore ci dà/entra nel mio mondo/prendi per mano il vagabondo/che in me troverai/dimmi ancora che ritornerai

Il pensiero crea la realtà. E' un campo quantistico. Vorrei dominare questo aspetto: generare con il pensiero una realtà che poi mi piacerebbe vivere.

E se Dylan non avesse fatto in fondo altro che questo? Sono rotelle del cervello che è meglio non rimuovere; la chimica del cervello, le sue sinapsi. Quello che filtro attraverso la scrittura rimane impresso nella mia memoria.

Scrivere dall'interno, come accadeva a dieci anni: far venire fuori tutto spontaneamente. Scrivere e dunque dipingere, proprio come cammino, come parlo. Portava quel titolo strano questo sottotesto, se non ricordo male, Another side of Bob Dylan.

Vivere d'artista comunque non vuol dire niente. Per non apparire impertinente io parlo senza dire niente. Con le parole puoi fare tutto. Ma la verità ultima non sta nelle parole. A meno che non le fai diventare radioattive. Il pensiero passa, ti attraversa. Da dove nasce?

Siamo abitanti di un sogno su questo pianeta/un pensiero vissuto già molti anni fa/dall'inizio del mondo alla fine di un'era/c'è la stessa distanza che c'è tra di noi.

Ma sono superpalle. Rimbalzano e rimbalzano. Ve le ricordate le superpalle? Le lanci e non smettono di rimbalzare. Oggi non le producono più. Chissà perche!

L'universo sono io, la mia sete sono io, i miei lacci delle scarpe sono io. Le facce nelle sue opere figurative tornano perché l'Universo esiste finchè tu esisti, finchè io esisto. Gli stessi volti rimbalzano sempre nelle sue opere, perché tutto viene filtrato dallo stesso io, da cui tenterai anche di sbarazzarti un giorno. Poi ti arrendi ad un concetto che l'onda fa sempre parte di un oceano.

Cercare di andare incontro all'unità di tutte le cose che sono illusioni generate dall'io.

Roberto possiede una fremente attitudine allo scarabocchio. Segue sempre le prime parole che arrivano, la difficoltà è mettere insieme il puzzle. Dalle singole parole creare un discorso. Dal segno qualcosa lo riconduce alla fonte. Lascia che la penna si muova, dopo pochi segni qualcosa arriva a ricordare altro e così unisce i segni che vengono dal caos. Penso il metodo sia sempre lo stesso. Vale per Ligabue. Per Giotto. Valeva al tempo del Partenone con Fidia. E per le mura di Babilonia. Vale per certi graffitisti.
Ogni immagine, ogni volto proviene dalla caverna vuota dell'anima. Il pittore sa di esserci già stato.
E' un confine labile.

E siamo noi gli stessi di quel giorno/in cui vivevano gli eroi/quando un re poteva battersi al tuo fianco/e morire per noi.

Ma nel mezzo capita un tempo nel tempo in cui noi ancora non siamo. L'incertezza dunque. Ma la lasciamo affiorare, senza paura. Testimonianza di un passaggio e di un attraversamento.

Attenti quindi all'abito che fa la differenza/per voi che dispensate conoscenza/il caso è matematica e la fede/è geometria celeste per chi crede/che questa vita sia un passaggio/verso un altro tipo di esistenza/come un ponte che unisce cielo e terra/ inferno e paradiso

Lo spazio della vita terrena potrebbe essere un frammento che copre un'altra dimensione del tempo.

Da molto piccolo, mi confessa Roberto con dolcezza, in un improvviso sfogo del cuore, che ha sempre ritenuto la divisione del tempo come un artificio umano, perché invece ogni vita è una giornata.

Roberto ha giocato per lunghi anni ad essere il piccolo Rimbaud.

Ne incontra lo spirito in un giorno di scuola da una finestra aperta: con Rimbaud si piacciono subito e molto. Una profonda amicizia che non si interrompe mai. Poi una volta sogna Bob Dylan farsi largo attraverso un consesso di ragazzi in cui lui si trova immerso, avanzare verso di lui e depositargli in mano una grande patata bollente.

Induzione elettromagnetica. Girare con Dylan in tasca vuol dire assorbirne l'invisibile traiettoria. Fisica quantistica e scienze neurobiologiche. Saramago applicato a Darwin.

Le sento passeggiare nel cuore silenziose/come le rose le rime fioriscono in te/Mi son detto un poeta non scrive/soltanto per sé/c'è qualcosa che arriva di notte/e poi spinge l'inchiostro/puoi trovare un senso nascosto/una porta che si apre al confine/tra sogno e realtà.

E sono tante facce dello stesso Arthur Rimbaud. La sua giacchetta. La sua cravattina, in quel ritratto giovanile di Etienne Carjat, appena diciassettenne, realizzato nel circolo parnassiano dei Vilains Bonshommes. E' una sola piccola immagine a china che gli è entrata nell'anima. La copia e la ricalca infinite volte. Poi si confonde. A volte è lui , a volte assomiglia terribilmente a Dylan.

E se fossero autoritratti? Autoscatti? Selfies? Tutti i disegni di Roberto Kunstler.

Ma credo veramente niente di questo genere. Mi ricordano piuttosto le antiche fotografie e i disegni a corredo del testo, eseguiti da Charles Lutwige Dodgson, al mondo Lewis Carroll, a centinaia di giovani fanciulle, consuetudine molto in voga in epoca vittoriana. Tra queste, quella ad Alice Pleasance Liddell ritorna spesso. Ma non è detto affatto che lei sia la stessa Alice del romanzo.

Molto tempo è trascorso. Dal sottosuolo siamo ormai giunti oltre lo specchio. E il vecchio scrittore non collega più il volto di Alice, rivista molti anni dopo, alla bambina che le ispira la favola durante una gita in barca sul fiume Tamigi.

Ora però, prima di chiudere i fogli, le pagine di questo testo, osservando ancora una volta i disegni sparsi e fluviali di Roberto, mi sovviene d'un tratto Il dialogo della salute di Carlo Michelstaedter, quei suoi schizzi rapidi e scherzosi e certe poesie. E tutto torna, come d'incanto.

Ad Itti e Senia faremo vedere dunque, gli confesso, anche questi disegni. Figli del mare. E li faremo vedere anche a tutti coloro che impararono a camminare, che si curvarono a faticare. Disegni per le piccole cose umane, per l'ozio laborioso, per le trepide cure avare. Eco di canto per l'oscurità del cuore. Icone per ogni porto. Vera furia del mare. Del mare lontano.

Testo di Jonathan Giustini e Roberto Kunstler / In corsivo le citazioni dei versi di Kunstler