LIBRI

 PRIMO TRENO

  Collana

 I giardini della Minerva 

   Edizioni LietoColle 2012

Questo testo è nato in occasione della stesura di una recensione a Primo treno, opera prima di Roberto Kunstler, prefazione di Maurizio Cucchi, edito da LietoColle nel 2012. La recensione è diventata poi qualcos'altro. Questo vuole essere un mio umilissimo omaggio a quello che ritengo uno dei più grandi cantautori del Novecento.
Un sintetico profilo poetico, attraverso i suoi versi e le sue canzoni. 

(Riccardo Raimondo)

L'infanzia coraggiosa

«Roberto Kunstler è poeta e cantautore, ma – proprio perché è poeta, e da sempre – conosce bene la differenza tra un testo che deve essere letto e un testo che deve essere cantato. Lo vediamo confermato in questo suo primo libro, che è un libro di poesia tout-court, dove peraltro, per dare conto in modo non parziale del suo lavoro, nel corso ormai di decenni, l'autore propone, come capitolo finale, anche una scelta di alcuni tra i suoi molti pezzi scritti per musica» – Maurizio Cucchi presenta così, in poche incisive righe, il profilo di Kunstler, nella sua prefazione a Primo treno (Lietocolle 2012).

Come scrive bene il pre-fatore, Kunstler esprime l'animo di «poeta nomade» che attraversa la contemporaneità, che attraversa il mondo eppure è al di là del mondo – per usare una citazione evangelica.

Kunstler manifesta tutta la sofferenza del cercare una dimensione metafisica che non trova spazio nella realtà che vive. E come in tutte le letterature che si scontrano contro le epoche più povere culturalmente e umanamente, ritroviamo emergere in Kunstler gli stessi lamenti che furono di Rimbaud: «fate che sua madre non lo veda / l'infanzia non è di questo secolo». È il tema dell'infanzia tradita, stuprata, ma che in questi versi non sprofonda mai nell'inquietudine del fanciullino indifeso di fronte alle illusioni e alla difficoltà della vita. Kunstler è invece un'aquila coraggiosa, che si lancia in picchiate valorose e, lucidamente, tenta di svelare gli inganni del nostro tempo, con sagacia, con amarezza: «Nessuno si accorge o si ribella / l'inganno è dolce / come il latte della madre».

Già cantava in una canzone del 1977, La città trema l'asfalto infuoca: «Nessuno vuole dire come finirà […] / Siamo sempre così sicuri, pronti a ingrassare come maiali, siamo sempre così sicuri, da scordare che non siamo immortali». Riecheggia qui il porcile di Pasolini. Il porcile della violenza del sogno occidentale divenuto realtà: «molto lontano dietro ad alti banchi, uomini scuri con i guanti bianchi preparano un'altra guerra dicendo che è per te». Sono i guanti delle lobby massoniche quelli, sono i guanti dei gentleman, i guanti della tanto osannata "classe dirigente": sono i figli di una modernità «fenice di colonizzatori commercianti».

Il volo sacro dell'airone

Il poeta, «sognatore sospeso all'orizzonte», ci racconta in versi (oltre che in canzoni) la ricerca affannosa di una Verità «ai sentimenti umani estranea». Una ricerca tanto coraggiosa, quanto insolita nel panorama letterario attuale che vive ancora sulle ceneri del postmodernismo.

Kunstler risponde con chiarezza a una letteratura che è diventata oggi «una sindrome oppressiva / in cui perfino il colpo di genio è retorica». Kunstler risponde con forza allo "spirito geometrico" che sta consumando questo secolo folle. Kunstler risponde: «Nella caverna vuota dell'anima / ancora ruggendo è lo scheletro / nelle sue cavità rimbombano / più di cinquemila anni di storia». Il poeta ruggisce. Il poeta manifesta tutta la sua inquietudine metafisica.

La stessa inquietudine, lo stesso «sole nero» che già fu di Nerval, la stessa angoscia.

Kunstler percorre una Via battuta da millenni, attraverso il ripetersi tragico della Storia; ripete "la voce di mille sentinelle, le grida ripetute da mille cittadelle" – così ad esempio Baudelaire, nella sua poesia I fari, descrive queste estasi, questi pianti, queste «Estasi e stasi» (che è il nome di una sezione della raccolta), questi «echi ripetuti da mille labirinti». Capite? Non è un primo treno. È un altro treno…

Maurizio Cucchi ha scritto che «quello che più conta, in questo poeta dalla scrittura densa eppure nervosa e incalzante, è la validità di una proposta che sembra sempre partire dai dettagli marginali dell'esperienza per arrivare al cuore delle cose e coinvolgere utilmente il lettore nei suoi labirinti». E «nell'alta temperatura di un canto che nulla concede a effetti speciali», Kunstler cerca piuttosto quella «magia suggestiva che includa insieme soggetto e oggetto, il mondo esterno all'artista e l'artista stesso» (Charles Baudelaire, L'Arte filosofica).

Kunstler, artisticamente, è in cerca di questa magia, e la cerca restando muto, restando in ascolto davanti alla bellezza «ad osservare il sogno / da fuori e da dentro». Ma non è una questione soltanto stilistica: in questi versi ritroviamo quelle strade che dalla filosofia greca approdano ai massimi livelli della Mistica Cristiana e Islamica.

Ad esempio sembra di rileggere Meister Eckhart in questi versi: « La macchina da scrivere rimane / il più alto esempio di idea pensante. / In essa è rinchiuso il pensiero / di tutti gli uomini, ha la chiave // di milioni di teste, eppure / non scrive ma si fa scrivere / così come Dio non esiste / ma si fa esistere».

Kunstler così ci fa come una cronaca dei suoi esercizi spirituali, dei moti del suo animo, del suo viaggio intrapreso «esplorando l'attimo», il kairos che ci conduce « all'altro mare, il mare / della persuasione e dell'assenza / di bisogni, dove solo chi non chiede / ha, chi non pretende ottiene / e chi non cerca / trova». Come riecheggia anche in Sorella mia, una delle più belle canzoni che Kunstler ha scritto: 

« Però se è amore è amore non cerca ma è trovato solo dentro al cuore di chi non l'ha cercato». Sono parole che ricordano le Confessioni di Sant'Agostino: «Il luogo della quiete imperturbabile è dove l'amore non conosce abbandoni, se lui per primo non abbandona» (Libro X).

Della poesia e delle canzoni di Kunstler non posso che amare la religiosità selvatica che trasuda da ogni parola. Una religiosità che non ha paura di misurarsi col dubbio; una fede che non ha paura di misurarsi con la ragione. In L'assetto dell'airone scrive: «Non c'è ancora certezza / nel mio pensiero / tutto si fonde nell'immensa danza / dei boschi, dei cieli, dei mari». Ecco cos'ha da dirci questo «angelo pellerossa», questo "alchimista metropolitano" che trae senso dalle tradizioni religiose più diverse, e ne cerca una sintesi, la sua «rosa filosofale». Una fede, anche, che non ha paura di confrontarsi con l'Eros e con la passione.

In una delle sue più belle canzoni, Mamma, Pilato non mi vuole più (Virgin 1989, parole e musica di Roberto Kunstler), canta: «Immagina se fossi nata in un giorno di almeno duemila anni fa. / Sapresti tu riconoscermi fra i profeti che vivevano là? / Saresti disposta a restare al mio fianco? / Faresti questo per me? / Se io fossi arrivato alla fine del viaggio / ti fermeresti questa notte ancora con me? […] / Io non vedo più il senso in questa notte deserta, / non vedo più la verità. / Ma quello che è peggio, signori, state allerta / è che qualcuno di voi mi tradirà». La canzone ci racconta di un profeta, di un Cristo, innamorato della sua donna. Ci narra la sua malinconia perché sa che verrà tradito da un Giuda, perché sa che dovrà lasciare il suo amore terreno.

Un altro Giuda appare nella poetica di Kunstler, in questo libro: «Un piccolo e adorabile Giuda / ispira il mio cammino e le mie notti . / C'è una calma e un'aria / così limpida che non sembra // più nemmeno una città». Pare di sentire l'eco di quel concetto di antica spiritualità cristiana che dice più o meno così: «il diavolo è la scimmia di Dio». Qual è il messaggio? Che bisogna avere misericordia del male, di questo Giuda piccolo e adorabile.

L'amicizia

Vale la pena spendere due righe sull'amicizia fra Kunstler e Cammariere, che traspare continuamente, in versi e canzoni commoventi e di una grazia immensa, come I ricordi e le persone: «Se tutto fosse com'era ieri / chissà che uomo sarei. / Potrei raccogliere i tuoi pensieri / e poi nasconderli dentro ai miei […] / I ricordi e le persone fanno parte di noi / ma solo poche cose belle rimangono nel cuore».

L'amicizia è una tema caro a Kunstler, e strappa sospiri di tenerezza rileggere le parole di alcune sue canzoni (raccolte alla fine del volume), dopo aver letto le poesie: «Avemmo padri avemmo madri / fratelli amici e conoscenti / ed imparammo a dare un nome nuovo / ai nostri sentimenti» (da Dalla pace del mare lontano).

Verso un nuovo lirismo spirituale

A una prima lettura questa raccolta può apparire aspra, forse poco agile. Ma rileggendola ci si rende conto che abbiamo a che fare con qualcosa di davvero speciale. Rileggendola, capiamo che stiamo dialogando con uno spirito libero che non ha paura di guardare in faccia la Realtà e di mettersi a nudo di fronte a essa e – quel che più emoziona – di fronte …a noi, senza «sprecare parole».

E questa immediatezza, questa schiettezza, questa onestà intellettuale, non premia solo il Kunstler cantautore, ma anche il poeta e la sua poesia – a dimostrazione del fatto che si può fare una poesia che abbia presa sulla realtà, sulle cose, sulla vita, in contrapposizione alla forte auto-referenzialità che inquina la cultura contemporanea.

Maurizio Cucchi ha sottolineato, in prefazione, la dimensione narrativa di questa poesia, o meglio ha parlato di un «percorso che si arricchisce di numerosi movimenti narrativi, di prelievi dalla memoria e da "un antico baule di capriole", di elementi tratti da una vicenda personale che si intuisce vissuta con voracità e inquietudine».

Dal mio canto vorrei sottolineare gli aspetti più propriamente lirici di questa poesia che secondo me si avvale di "momenti narrativi" (oltre che di «movimenti») per dare un più forte senso di realtà all'espressione del sentimento, all'espressione dello spirito: «Terribili e scalzi gli angeli / nella notte restavano seduti».

I versi più brevi e più concisi poi, più che «la brevità della sentenza, dell'haiku o dell'epigramma», mi ricordano la sinteticità della Parola ispirata, della parabola, della profezia: «A Babilonia il tempo è fermo / da un'eternità».

A una poesia netta, "generatrice di senso" – concetto molto caro a Cucchi –, Kunstler unisce i toni più morbidi e lirici di una poesia spirituale, attraversando anche temi più "mondani" come la malinconia, la nostalgia, la lontananza: «Dov'era / il mattino con i suoi canti? / Il mio corpo piangeva immobile / sul lato della strada. Perché / bere quel liquido immortale?».

(Riccardo Raimondo / da "Ecologia del verso", 2012)

CANTIERE

 Cinquanta canzoni, poesie e altri versi

 (1979 - 2019)

    DiFelice Edizioni, 2019

Sono passati più di quarant'anni da Gente comune disco di esordio (Festival di Sanremo 1985)
e più di trenta da I ricordi e le persone – primo album firmato assieme a Sergio Cammariere
– e Roberto Kunstler non ha mai perso l'ispirazione e non ha mai perso la sua strada.

Molti infatti adesso sanno il valore del suo contributo sulla musica e soprattutto sui testi di Cammariere, ma non tutti sanno che questo artista romano scrive musica di alta qualità fin dai primi anni '80;
e chi lo conosce bene sa che se non ha mai smesso di comporre a ritmi a dir poco frenetici,
il motivo non è l'amore per la musica, la passione per la poesia, la voglia di raccontare, cercare, descrivere. Il fatto è che Roberto Kunstler vive di musica, nel senso che la musica la mangia,
se ne ciba ogni giorno e solo a vederlo uno potrebbe accorgersene.

Quando si parla di musica parlando di Kunstler bisogna essere chiari: forma canzone, testi e musica,
testi semplici e fruibili, ma grondanti, letteralmente fradici di poesia. Non esistono mode, ovviamente,
né tempi, perché questo cantautore romano è fuori del tempo. E se uno ascolta i testi delle sue canzoni se ne rende conto immediatamente. Difficile trovare un luogo, uno spazio e un tempo in cui collocare questi brani, per- ché musica e poesia non hanno tempo né spazio e le storie di Kunstler non ne hanno per definizione.

La ricerca è continua: c'è un anelito quasi inconscio verso il Dio che è presente dentro ognuno di noi,
c'è la smania di perdersi in amori metafisici e in desideri molto terreni, c'è la curiosità e il bisogno
di dipingere momenti irripetibili, c'è la domanda di ogni rapporto, il dualismo, il 'tu' che diventa 'io', l'aspirazione e il terrore della fusione e dell'unità.

C'è dolore, redenzione, simbolo, sogno. C'è blues, rock, Dylan, Tenco, Rimbaud, Michelstaedter, endecasillabi, sapienza assoluta nell'uso del verso.

Roberto Kunstler non è uno che ci giochi con le parole. A sentirlo parlare si potrebbe sospettarlo.
La frenesia con cui distribuisce suoni, rime, vorticosi giochi linguistici, assonanze, figure retoriche potrebbe lasciare il sospetto che ci sia una presa in giro di fondo, un'autoironia incontrollabile – e in parte è anche così. Ma a lasciar sedimentare la continua ricerca si scopre la verità.

Kunstler è uno che la poesia la scrive e la scrive con cognizione assoluta. La scrive in un modo perché compaia su carta e la scrive in un altro modo perché accompagni la mu- sica, perché vi si fonda,
perché ne sia l'anima, la forma, la materia, nel solito gioco di dualità-unità. 

(Matteo Nucci)

VITA D'ARTISTA

Un ragionare al margine dei disegni di Roberto Kunstler

di JONATHAN GIUSTINI 

  Arsenio Edizioni, 2021