WALL STREET INTERNATIONAL MAGAZINE
Intervista a Roberto Kunstler
Rimbaud coniò l'espressione
"farsi veggente". Io dico: "farsi antenna"

Roberto Kunstler
Dal 45 giri, Danzando con la notte e col vento – il cui lato B Piccola regina del varietà vince nello stesso anno il Premio Rino Gaetano – a Senza dire niente, Roberto Kunstler attraversa molte fasi – la sua vita (tutta) sembra essersi immedesimata, materializzata nell'atelier di un artista (o almeno è cosi che me la sono immaginata), uno spazio di minuziosa e inesauribile ricerca all'interno del quale, come un bravo romanziere fa con una parola che non trova, Roberto Kunstler cerca "la scintilla che (s)fugge".
Roberto Kunstler si distingue sin da giovanissimo per la sua straordinaria capacità immaginativa – quasi "veggente", per usare il termine di Rimbaud, di cui sin da adolescente aveva letto tutte le opere e con il quale aveva creato un rapporto di giocosa e surreale identificazione (consapevole del fatto che lo stesso Baudelaire aveva fatto una cosa simile con Edgar Allan Poe). Anni dopo, all'università, annoiato da professori retorici, abbandona presto la facoltà di Lettere per iscriversi a Storia delle religioni. Già da tempo è coinvolto dal poetare, dall'arte della versificazione – ma paroliere non era, non è mai stato ("paroliere è Mogol, non io"), e nemmeno solo musicista. Cantautore, scrittore, studioso (e perché lui stesso rifiuta l'accezione di intellettuale – "pensatore"): di tutte queste parole, una sola non bastava.
Roberto Kunstler, di fatto, non è altro che tutte queste cose insieme.
Basti pensare che, in occasione di uno dei suoi primi viaggi in Francia, tradusse "Et maintenant" la famosa canzone di Gilbert Bécaud scritta dall'autore e poeta francese Pierre Delanoë.
Di recente, ha pubblicato Cantiere – un'antologia che contiene, oltre ad una scelta di canzoni tra le tante pubblicate fino ad oggi, anche una selezione di poesie e altri versi. Per Roberto, lo scrivere è un "farsi antenna", non è "un'intenzione" ma una "necessità fisiologica". "Non è un'attività intellettuale ma extra-intelletuale/Non è un'azione deduttiva ma percettiva." Una scrittura che viene dal silenzio, dall'attenzione, dalla concentrazione e dall'ascolto di tutto quello che il rumore della modernità ha sommerso. Un rice-trasmettitore di segnali liberati nell'universo dai tempi di Socrate e di Platone – e ancora prima, dalle antiche civiltà orientali e medio-orientali, risalendo fino all'epoca del mito.
Non molto distante, in fin dei conti, da ciò che intendeva proprio lo stesso Rimbaud (suo "primo e ultimo idolo", con Bob Dylan) quando scriveva: "Farsi veggente"…
Nel 1984 esce il suo primo 45 giri, Danzando con la notte e col vento, il cui lato B Piccola regina del varietà vince nello stesso anno il Premio Rino Gaetano. Da allora e fino ad oggi, come si è evoluto nel tempo il suo percorso artistico?
Per sintetizzare, direi questo. Mi viene quasi da citare un pensiero che ho espresso tempo fa e finito in qualche retro copertina: "Sono tanti anni che scrivo e più scrivo, più mi sembra scrivere di meno" – la mia posizione si è resa sempre più chiara, più che scrivere, uso la formula "sono scritto". "Bisogna essere poesia, non fare poesia" – come attitudine allo scrivere ho mosso i miei primi passi seguendo La lettera del veggente che scrive Rimbaud al suo professore. In quel periodo, che era ancora quello del liceo, non avevo nemmeno 18 anni, ho avuto un'esperienza iniziatica – ho scoperto una piccola libreria creata da due ragazzi dal nome Maldolor (dal testo Les chants de Maldolor di Lautréamont). Quel periodo è stato per me un periodo fondamentale, in senso letterario di "fondamenta".
A quei tempi, mi capitava di marinare la scuola per passare intere mattinate nella piccola libreria Maldolor nel centro di Roma, dove avevo l'opportunità di nutrirmi dei grandi della letteratura francese come Baudelaire, Rimbaud, Bataille. In quegli anni una ebbi una vera e propria "iniziazione". Tant'è che all'Università, quando frequentavo i corsi di letteratura francese, arrivai a non sopportare più di sentire le baggianate del professore che era in realtà considerato un "luminare"…
Questo libro, contenuto nel lavoro Cantiere, è stato nelle mani di Renato Minore, uno tra i critici letterari tra i più grandi in Italia. Che cosa le ha detto? In che modo la scrittura è stata protagonista dell'evoluzione del suo percorso artistico?
Gli è piaciuto, sottolineando che l'ultima parte era la più illuminante. Scrive: "È estremamente lucido nella sezione finale", praticamente la stessa sensazione che provai anch'io quando ho concluso questo libro. Si tratta di piccole riflessioni sulla scrittura – che è infatti il titolo alla sezione. Te ne cito un paio, per darti un'idea: "La mia scrittura non è un'attività intellettuale ma extra-intellettuale, non è una visione deduttiva ma percettiva, non contiene ragionamenti logici ma li inspira, non vuole imprigionare le parole ma tende a liberarle (…)
È canto, pianto, gioia e dolore, la mia scrittura è parto e gravidanza (…) Albero senza frutti, la mia scrittura (…)". L'ultimissima – che darà il titolo ad un evento che andrà prossimamente in scena, recita così:
"Chi studia con il cuore, non ha bisogno di ingobbirsi ad un tavolo per ore. Il cuore è l'enciclopedia del sapere universale. Quando scrivo, non so da dove arriva il vento, solo mi faccio strumento (…)".
L'evoluzione del mio percorso è stata, in definitiva, prendere sempre più consapevolezza di questa modalità di scrittura, di questa mia attitudine, in quanto nonostante avessi una formazione culturale bella nutrita – è come se nel momento della scrittura avessi dimenticato tutto (con la consapevolezza che questa è la mia strada però, non una via giusta in assoluto – ci sono milioni di strade e ognuno ha la sua, non può esistere una strada giusta uguale per tutti). Scrissi una frase che poi scoprii essere stata scritta anche da Picasso: "Chi non cerca, trova". Questo "farsi antenna", come io lo chiamo, affonda le radici nella mia infanzia. Da bambino, avrò avuto sette o otto anni, dicevo a mia madre quando faceva con me il gioco dello "stiamo in silenzio": "Mamma, ma io non posso non pensare a niente, non sono io che penso, è il pensiero che mi attraversa, è un fiume". Finii per chiederlo anche alla mia maestra: "Maestra, da dove viene il pensiero?"
E poi?
Più diventavo grande, più quando sentivo i professori dire "il pensiero di", mi veniva da dire: "Ma come il pensiero di?" Il pensiero, io credo, non è di nessuno, è un'energia che vive già nell'universo e che noi raccogliamo a seconda del decoder che abbiamo nella testa – dal segnale che si riceve. C'è chi ha la rete 3G, chi la fibra ottica. Ecco, il lavoro su me stesso è sempre stato questo: fare di me stesso "antenna". In altre parole, ricevere e ritrasmettere quei segnali già presenti nell'universo. Dopo aver lasciato la facoltà di Lettere, mi trasferii (sempre nel Dipartimento di Lettere e Filosofia) in Storia delle religioni, dove studiavo materie di cui ero completamente digiuno. Già facevo il cantautore – in quel periodo, portai avanti contemporaneamente le due cose. Di tutta questa avventura di studi, la cosa che mi appassionò molto fu lo studio storico-comparativo delle varie religioni. Per me che ero già coinvolto dal poetare, dall'arte della versificazione, fu proprio un grande interesse lo studio di tutte queste civiltà, da quella greca – dalla quale si fonda il pensiero Occidentale – ma anche da tutti gli altri corpi della cosiddetta mitopoiesi, che risalgono a tempi assai precedenti a quelli dell'Antica Grecia (ad esempio, dalle mitologie mesopotamiche – basti pensare a Gilgamesh, l'eroe culturale della mitologia sumerica nella cui vicenda è già presente storia del diluvio…). Il grosso collegamento tra tutte queste mitologie è proprio la mitopoiesi: la Storia mitica attraverso la quale si fonda la realtà. Ho sempre voluto che il mio scrivere, pur trattando anche di temi quotidiani, non avesse mai una collocazione nel tempo ma fosse in qualche modo inattuale e fuori dal tempo profano, bensì in un tempo di fondazione com'è, appunto, quello delle mitologie. Rifiutando, forse per carattere, un approccio troppo intellettuale. Quando scrivo, è come se il sapere non ci fosse più.
Perché?
Non voglio che si pensi che sono contrario al termine di "intellettuale" o agli intellettuali, perché non lo sono. Ho solo rifiutato, per indole, l'approccio intellettuale perché del sapere io tendo a liberarmene, non voglio scrivere del sapere che ho acquisito – nel momento in cui sono ispirato non dev'esserci più questo "ingombro dell'ego" – che è forse uno degli aspetti che caratterizza la mia scrittura. Questo mi viene anche come conclusione dalle modalità con cui ho scritto – quando ho scritto alcuni testi come, ad esempio, quello di Carovane, stavo passando da una stanza all'altra, non avevo di fatto nessuna pre-intenzione, è successo e basta.
Roberto, lei è un musicista, un cantante e (oserei dire soprattutto) un autore. Scrive, ad esempio, quasi tutti i testi di Sergio Cammariere pubblicati fino ad oggi, tra cui Tutto quello che un uomo (Sanremo 2003) e L'amore non si spiega (Sanremo 2008). Oltre ai suoi sei album, collabora inoltre con numerosi artisti italiani tra cui, solo per citarne alcuni, Alex Britti, Paola Turci, Annalisa Scarrone, Ornella Vanoni. Alcune volte la definiscono, credo erroneamente, un paroliere. Non crede che la distinzione dei termini "cantautore" e "paroliere" sia paradossale? Non è forse imprescindibile, per il cantautore, l'essere anche e innanzitutto un paroliere – ma non viceversa?
Non amo molto le definizioni, etimologicamente si tratta di qualcosa che va a de-finire. Preferisco de-cominciare piuttosto che definire, o al limite, de-continuare. Ci tengo a cogliere questa opportunità per sottolineare che i "parolieri" sono una categoria di cui ho grande rispetto, ma si tratta di un'attività che ha poco a che vedere con la mia. Sono un cantautore. E quanto alla storia con Sergio Cammariere, che è quella che più mi ha reso noto come autore, anche lì, effettivamente, non mi limito a fare il paroliere. Non ho mai visto un paroliere che canta, suona e sale sul palco sin da quando ha sedici anni! Perché voglio togliermi questa definizione di paroliere? Perché è una definizione che mi va stretta! E non corrisponde a chi è veramente Roberto Kunstler. Anche nel lavoro con Sergio non mi capita sempre, anzi, di rado, di scrivere un testo su una musica finita. Non lavoriamo così. Le prime canzoni che nascono dal mio incontro con Cammariere sono delle cover di pezzi miei.
Gli ho dato, e continuo a farlo, l'opportunità di rivisitare delle mie canzoni. È un caso atipico nel nostro panorama musicale. In quanto la modalità compositiva si ricollega direttamente a quella dei gruppi, dove la nascita di una canzone è quasi sempre il risultato dell'incontro tra due musicisti, spesso anche cantanti. Vedi i Beatles o i Rolling Stones, tanto per citare i casi più eclatanti. Il nostro lavoro, sempre partendo dai miei testi, è come quello di una band. Sergio ed io proviamo, suoniamo e cantiamo ogni nuovo pezzo insieme, fino a raggiungere la forma definitiva.
A proposito di Sergio Cammariere. Come è nata la vostra amicizia, la vostra collaborazione artistica?
Incontrai Sergio Cammariere ai primi di giugno del 1992 una sera, al Bar della Pace, a Roma. Quella sera stessa, decidemmo di andare a casa sua e di suonare: suonammo tutta la notte, fino al mattino.
Io cantai un sacco delle mie canzoni, e Sergio mi accompagnava con pianoforte, tastiere e delle sequenze di batteria elettronica, dandomi l'impressione di avere al mio seguito un'intera band. Decidemmo di rivederci anche il giorno dopo, ma poi questa full immersion durò due settimane. Buttai giù una quindicina di canzoni, tra cui alcune da finire e altre nuove (praticamente tutta la tracklist di quello che sarebbe stato il futuro prossimo album I ricordi e le persone – che conteneva, tra le altre, anche la prima versione di Dalla pace del mare lontano). Quella con Sergio è stata ed è tutt'ora un'esperienza che mi ha permesso di scrivere sia da solo, come cantautore, che in due, proprio come nei gruppi che ci hanno ispirato da ragazzo e che hanno fatto la storia della musica dagli anni '60 ad oggi.
Dalla pace del mare lontano è un capolavoro (e tra le mie canzoni preferite in assoluto). Ci può raccontare la storia di questa canzone? Che cosa racconta, come l'ha scritta?
La sua costruzione è stata una delle più complesse tra tutte le centinaia di canzoni scritte fino ad oggi. Ci vollero circa due anni prima di arrivare alla forma definitiva in cui oggi la conoscete e la potete ascoltare. La nascita di questa canzone seguì quella del testo che rappresenta un caso unico e isolato nel mio repertorio. Alcuni versi furono liberamente ispirati ad una poesia di Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887 – 1910). La poesia è I figli del mare (Adelphi, 1987). Di questa lunga poesia presi nove versi: "Dalla pace del mare lontano/dalle verdi trasparenze dell'onde/sul suolo triste sotto il sole avaro/dal silenzio senza richiami/alla sete alla fame allo spavento/all'inconfessato tormento" e poi "Ebbero padre ed ebbero madre/
fratelli amici e parenti/conobbero i dolci sentimenti".
Li rielaborai aggiungendo a questi dei miei versi originali. Questo accadde in seguito a un periodo di intense letture e grande passione verso le opere di questo giovane filosofo e poeta. Scrissi il mio testo nell'agosto del 1989, seduto su una panchina a prua di un battello diretto all'isola d'Elba. Sebbene fosse piena estate, quel giorno il cielo era grigio e nero, un forte vento e lampi all'orizzonte minacciavano l'arrivo di un imminente temporale. Anche il mare era molto mosso. Ed io ero l'unico passeggero seduto all'esterno della nave. Su quella panchina, dove la lettura e il forte vento scuotevano tutti i miei sensi. Dove la furia del mare e il moto violento delle onde facevano da contrappunto a questa poesia che mi attraversò come una dolente illuminazione, lasciando in me un segno profondo ed indelebile. Finita l'estate, quei versi che avevo scritto su un piccolo quaderno continuarono a restarmi in testa.
Di tanto in tanto provavo a musicarli e a cantarli.
L'anno successivo, a primavera, entrai in sala di registrazione per realizzare il mio terzo album, Eclettico Ecclesiastico (1991). Registrai una decina di canzoni, tra queste, Angelina, Io contro io e Poeti del '900. Registrai anche questa nuova ballata che conteneva i versi a cui mi ero liberamente ispirato. La canzone piaceva ai discografici, pensavano quasi di farne un singolo. Ma io non ne ero convinto. Così il brano restò fuori da quella raccolta. La canzone aveva allora una musica diversa ed un andamento più rock rispetto alla versione definitiva del giugno del '92. Fu solo allora che questa composizione fu finalmente ultimata e definita in tutte le sue parti grazie alla collaborazione con Sergio Cammariere, che cominciò proprio nei primi giorni di giugno di quell'anno.
Insieme suonammo e cantammo quei versi per due settimane, fino a che Sergio trovò la soluzione musicale vincente creando un nuovo ritmo e una nuova armonia sulla quale, cantando insieme, arrivammo a creare una nuova melodia. Fu così che nacquero le strofe e il tema principale della canzone. Ma ci sembrava che mancasse ancora un piccolo tassello, un piccolo inciso. Un ulteriore ritornello. Così dopo vari tentativi andati a vuoto, pensai di riprendere la melodia della canzone Poeti del '900 e di scriverci sopra dei nuovi versi: "Ma è solo un eco nel vento/nel vento che mi risponde/venga la pace dal mare lontano/venga il silenzio dalle onde".
A quel punto la canzone era completa e fu da lì a breve prodotta dalla it Dischi di Vincenzo Micocci e pubblicata per la prima volta dalla it/BMG nel 1993. Prima nel singolo Kunstler Cammariere & The Stress Band, poi nell'album I ricordi e le persone. Dove Sergio ed io cantavamo insieme tutte o quasi le canzoni di quel disco.
Ma passarono altri dieci anni, prima che Sergio la registrasse di nuovo nel suo primo album da solista (che non a caso si intitola proprio Dalla pace del mare lontano) e la portò così a raggiungere un pubblico più vasto, grazie anche alla partecipazione al Premio Tenco e al Festival di Sanremo. A questa versione ne seguirono, negli anni, altre due. Una registrata con l'orchestra da Cammariere nell'album Io del 2016 e l'altra incisa da me, prima come singolo e poi all'interno dell'album Senza dire niente, pubblicato a settembre del 2019. Dalla pace del mare lontano resta ancora oggi come un sigillo sulla nostra lunga collaborazione. Un momento indimenticabile e molto probabilmente irripetibile. Di canzoni insieme ne abbiamo scritte tante altre, ma senza Dalla pace del mare lontano le cose non sarebbero mai potute andare come sono andate.
In un mondo che è e sarà sempre più all'insegna del commerciale, come possiamo salvare la musica d'autore? C'è qualcosa che la musica d'autore può fare per rinnovarsi, se deve rinnovarsi? Che cosa è cambiato, nella pratica e non solo nella teoria, dagli anni '70 ad oggi?
Inizio con il chiedere: "Che cos'è la musica d'autore?" Tutta la musica è d'autore. Se c'è qualcuno che le ha scritte (le canzoni, ndr), un autore c'è sempre. Ad ogni modo, speriamo di no! Che il mondo non diventi sempre più all'insegna del commerciale, intendo. Prima ancora della musica, comunque, è l'umanità che dovrebbe rinnovarsi. Per ricollegarmi a questo discorso, cito una frase fresca, di qualche giorno fa: "Del resto le scimmie non è che si sono alzate tutte insieme, una mattina!". Nella curva dell'evoluzione, e secondo me da un bel trentennio ormai, una parte dell'umanità è entrata in una curva "involutiva", e questo è molto pericoloso.
Non sono persone che vanno nel "progresso di tutte le cose", nel "progresso dell'anima", ma fanno esattamente l'opposto: fanno sì che l'umanità involva. In senso proprio Darwiniano, ho immaginato così come potesse soffrire, ad esempio, una scimmia che già nel suo codice genetico aveva "scritta" la sua evoluzione, il suo alzarsi, in mezzo alle altre che invece non ce l'avevano. Siccome non tutte le scimmie si alzano lo stesso giorno, ci sono nel mondo invece, sparse come funghi, persone ricche di questo patrimonio genetico – che si rendono cioè perfettamente conto di questo collegamento tra spirito e materia. Questo è l'ambito in cui sono ora più coinvolto, l'aspetto che sto cercando di ascoltare di più. Lì sta l'evoluzione. Per tornare alla domanda più nello specifico, questa evoluzione nella canzone d'autore è direttamente proporzionale all'evoluzione dell'umanità. Infatti, il compito di noi cantautori e delle canzoni è proprio quello di risvegliare – risvegliare il mondo a questo, a ragionare con il cuore. La mente la si deve usare con cautela, perciò non sempre. Bisogna far sì che si liberi quest'energia, che porti l'uomo alla sua naturale evoluzione. Potrebbe anche essere questo il momento: stiamo entrando nella famosa era dell'Acquario – speriamo che sia quella giusta. Qualcosa comunque dovrà crollare, non sarà mai una situazione indolore – ci potranno essere conflitti, guerre… Ma è inevitabile. Come è successo a tutti i grandi imperi della storia, e anche a quelli che sembravano incrollabili, crollerà anche il capitalismo. È il compiersi della storia. Questo impero qui forse non è poi così lontano dalla fine, questa forma non è più adeguata – lo vediamo anche nel nostro Paese. L'evoluzione del cantautorato, comunque, non la puoi staccare dall'evoluzione della società, perché il cantautorato altro non fa che rifletterla. Noi? Dobbiamo essere "messaggeri di luce".
Kunstler, in tedesco significa "artista". Vita d'artista è un titolo che riprende il suo cognome. È un caso?
Il caso non esiste. Nella canzone Il pane, il vino e la visione, scrivo: "Il caso è matematica e la fede / È geometria celeste per chi crede (…)". Il caso, forse, non esiste. Chi può dirlo? Sarei portato a credere che nell'universo ogni cosa sia organizzata. Sai, la teoria del battito della farfalla? Sulla scia di questa teoria, direi che il caso no, non può esistere. Ho scritto una canzone a proposito di questa strana coincidenza, si tratta appunto di Vita d'artista – canzone pubblicata sia da Sergio nel suo primo album Dalla pace del mare lontano in una forma rivisitata – che le conferisce un carattere più scanzonato e con degli echi da avanspettacolo un po' anni '50 – che da me nella sua versione originale più legata alla radice della chanson, nella raccolta Senza dire niente del 2019.
Un'ultima domanda. Come vive il periodo attuale?
Come la maggior parte delle persone, in realtà. Avevo da fare vari concerti, sono saltati… Anche dal punto di vista lavorativo è un problema. La mia preoccupazione più importante, comunque, è sapere cosa si cela dietro questa realtà. Speriamo che non sia cominciata una Terza guerra mondiale – non con le armi e i missili, ma con qualcos'altro… Questa preoccupazione, perciò, è più di carattere mondiale che personale, perché al di là del fatto che non possiamo lavorare, caratterialmente io provo sempre a trovare qualcosa che possa rendere le situazioni anche positive, costruttive. In realtà, per alcuni versi, sono più stanco di prima – il mio bioritmo si è spostato un po' in avanti, vado a letto tardi e mi sveglio tardi. Penso che ognuno abbia un suo modo di vivere questo isolamento, per me è stata anche un'occasione per studiare, per leggere di più.
Applico il cosiddetto "vedere il bicchiere mezzo pieno". Lo scorso autunno sono stato coinvolto in una nuova ed insolita avventura, quella di esporre alcuni miei disegni, una cosa che non avevo mai fatto. Il progetto partirà da Roma, abbiamo già due eventi in programma in due bellissime gallerie d'arte – la prima nel quartiere Monti (Incinque Open Art), l'altra nello spazio Basement Art Studio (Insideart). La cosa di cui sono molto contento è che da questa esperienza nasce anche la pubblicazione di un catalogo della mostra che contiene "42 disegni a tecnica mista. 42 racconti per immagine usciti fuori quasi d'incanto, in pochissimo tempo, ma dopo una meditazione e un raccoglimento di oltre trent'anni.
Un percorso d'arte e di visioni (…). Una stagione all'inferno, e una in paradiso. Una vita d'artista raccontata dall'altro lato della strada." Ne esce fuori un pamphlet sull'arte e sulla vita, la storia di un incontro – quello tra Roberto Kunstler e Jonathan Giustini – un piccolo libro prezioso che regala segni e stimoli riflettendo se sia così veramente possibile, scrivendo o disegnando, concedersi purificatrici pause dall'essere.
(intervista di Ottavia Pojaghi Bettoni)
blog foolk magazine
(Intervista)
o...
Roberto Kunstler – Davanti alla fine del mondo #1 (Sony Music Italy, 2021)
Artista a tutto tondo, Roberto Kunstler è noto al pubblico per la sua attività di autore per molte voci della scena musicale italiana come Sergio Cammariere e Ornella Vanoni, a cui ha affiancato un personale percorso come solista, così come spesso ha incrociato anche altre forme espressive come l'arte figurative e la poesia in senso stretto. Emerso nella scena musicale capitolina alla fine degli anni Settanta, il cantautore romano ha mosso i suoi primi passi sul palco del Folk Studio per debuttare nel 1984 con il 45 giri "Danzando con la notte e col vento"/"Piccola regina del varietà" inciso per la it/RCA di Vincenzo Micocci. Un anno dopo arriva l'opera prima "Gente Comune" a cui seguono "Pilato non mi vuole più" nel 1989 e "Eclettico Ecclesiastico" nel 1991, mentre dall'incontro con Sergio Cammariere arrivano nel 1993 "Kunstler Cammariere Stress Band" e "I ricordi e le persone". Proprio la collaborazione con quest'ultimo apre una lunga stagione come autore che frutta perle come "Dalla pace del mare lontano" e "Tutto quello che un uomo" con quest'ultima che giunge al terzo posto al Festival di Sanremo nel 2003 che frutta anche il premio per la critica. A partire dal disco omonimo del 2005, il cantautore romano torna a concentrarsi sul suo percorso come solista, culminato nel 2019 con la pubblicazione del pregevole "Senza dire niente" nel quale spiccano inediti e riletture di brani scritti con Sergio Cammariere. A distanza di tre anni, arriva "Davanti alla fine del mondo #1", ottavo album in carriera, ispirato dal libro omonimo di racconti filosofici di Mauro Cascio. Abbiamo intervistato Roberto Kunstler per ripercorre con lui il suo cammino artistico e soffermarci su questo nuovo lavoro. Partiamo da lontano, dai giorni del Folk Studio dove hai mosso i tuoi primi passi. Come ricordi questa esperienza?Cominciai a cantare le mie prime canzoni al Folk Studio verso la fine degli anni Settanta quando ero ancora al liceo. Da lì erano venuti fuori Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli, Giorgio Lo Cascio, Ernesto Bassignano e molti altri cantautori della cosiddetta scuola romana. Con loro si instaurò da subito un rapporto di amicizia, nonostante la differenza di età. Con loro condividevo la passione per Bob Dylan di cui già all'epoca conoscevo e cantavo a memoria tantissime canzoni. Inoltre, mi dicevano che somigliavo a Dylan da giovane, ed io questo lo sapevo e ci avevo costruito sopra il mio modo di presentarmi al pubblico con la chitarra e l'armonica. Cantavo già, tra le altre canzoni, "Gente comune", che darà poi il titolo al mio primo album nel 1985. E forse fu anche grazie a questa canzone che presto diventai amico di Francesco De Gregori e Mimmo Locasciulli che mi aiutarono a conquistare un mio spazio nella scena musicale romana invitandomi ai loro concerti come ospite. Da lì poi arrivai al contratto discografico con la it/RCA, al primo disco e al Festival di Sanremo. Il ricordo di quegli anni è indelebile. Erano anni anche difficili, erano gli "anni di piombo", la fine di un periodo, e per certi versi, la fine di un sogno.
Difficile raccontare il clima di quelle giornate. Le esibizioni acustiche senza microfono, seduto, davanti a un pubblico attento, sul famoso seggiolone rosso, lo stesso dove all'inizio degli anni Sessanta si era seduto anche un ancora sconosciuto Robert Zimmerman. Tutto il resto è storia. Una storia di cui non posso non essere felice di aver fatto parte. Nel corso della tua carriera hai alternato dischi a tuo nome all'attività di autore, in particolare con e per Sergio Cammariere. Qual è la prospettiva espressiva che preferisci quella del cantautore o quella dell'autore?Si tratta di due percorsi complementari e prolifici che ho scelto di intraprendere senza mai tradire me stesso. Anzi, è stata una sorta di dualismo creativo che mi ha permesso di scrivere sia da solo, come cantautore, che in due, proprio come nei gruppi che mi hanno ispirato da ragazzo e che hanno fatto la storia della musica dagli anni '60 ad oggi. I Beatles, i Rolling Stones, tanto per citare i casi più eclatanti, dove la nascita di una canzone è quasi sempre il frutto di un lavoro di coppia tra due musicisti. Ed è proprio questo aspetto che mi ha spinto a volermi calare anche in questo nuovo e diverso contesto creativo, nel quale ho sempre continuato a portare il mio linguaggio e a trovare sempre nuove metodologie di approccio alla scrittura. A volte rivisitando mie canzoni del passato, altre partendo da un testo o scrivendo su armonie e melodie create da Sergio, dando grande importanza non solo al concetto, ma – trattandosi di parole in musica – anche al suono della parola stessa. Nella fase di scrittura proviamo, suoniamo e cantiamo il pezzo insieme fino a definire la chiusura di ogni singolo brano. Facevamo riferimento a Sergio Cammariere, il vostro sodalizio risale al 1992. Avete inciso anche due dischi insieme "Kunstler Cammariere Stress Band" e "I ricordi e le persone" e tu hai firmato quelli che sono i brani più intensi del suo repertorio: "Tutto quello che un uomo" o "Dalla pace del mare lontano". Ci puoi raccontare questa esperienza?Innanzitutto, ci tengo a precisare che, fatta eccezione per due o tre canzoni, ho firmato tutti i testi e parte delle musiche di tutto il repertorio contenuto nei dischi di Sergio Cammariere. Raccontare in poche righe di una collaborazione che va avanti da quasi trent'anni non è semplice. Ad ogni modo, ricollegandomi alla domanda precedente, posso aggiungere che non amo molto le definizioni, etimologicamente si tratta di qualcosa che va a de-finire. Preferisco de-cominciare piuttosto che definire, o al limite, de-continuare. Ci tengo a cogliere questa opportunità per sottolineare che i "parolieri" sono una categoria di cui ho grande rispetto, ma si tratta di un'attività che ha poco a che vedere con la mia. Sono un cantautore. E quanto alla storia con Sergio Cammariere, che è quella che più mi ha reso noto come autore, anche lì, effettivamente, non mi limito a fare il paroliere. Non ho mai visto un paroliere che canta, suona e sale sul palco sin da quando ha sedici anni! Perché voglio togliermi questa definizione di paroliere? Perché è una definizione che mi va stretta! E non corrisponde a chi è veramente Roberto Kunstler. Anche nel lavoro con Sergio non mi capita sempre di scrivere un testo su una musica finita. Non lavoriamo così. Le prime canzoni che nascono dal mio incontro con Cammariere sono delle cover di pezzi miei. Gli ho dato, e continuo a farlo, l'opportunità di rivisitare delle mie canzoni. È un caso atipico nel nostro panorama musicale. In quanto la modalità compositiva si ricollega direttamente a quella dei gruppi, dove la nascita di una canzone è quasi sempre, come dicevo sopra, il risultato dell'incontro tra due musicisti, spesso anche cantanti. Incontrai Sergio Cammariere ai primi di giugno del 1992 una sera, al Bar della Pace, a Roma. Quella sera stessa, decidemmo di andare a casa sua e di suonare: suonammo tutta la notte, fino al mattino. Io cantai molte delle mie canzoni, e Sergio mi accompagnava con pianoforte, tastiere e delle sequenze di batteria elettronica, dandomi l'impressione di avere al mio seguito un'intera band. Decidemmo di rivederci anche il giorno dopo, ma poi questa full immersion durò due settimane. Buttai giù una quindicina di canzoni, tra cui alcune da finire e altre nuove (praticamente tutta la tracklist di quello che sarebbe stato da lì a poco il futuro album "I ricordi e le persone" – che conteneva, tra le altre, anche la prima versione di Dalla pace del mare lontano). Nel 2019 hai dato alle stampe "Senza dire niente" un disco meraviglioso che segna un momento di ripartenza per il tuo percorso come cantautore. Quanto è stato importante per te questo disco?"Senza dire Niente" è stato senza dubbio un disco per me importante. Dal punto di vista della realizzazione e della produzione artistica è arrivato come il frutto di dieci anni di collaborazione con Francesco Musacco con il quale ho prodotto e arrangiato tutti i miei dischi a partire da "Mentre", pubblicato nel 2011, fino al nuovo "Davanti alla fine del mondo", nel 2021. Per quanto riguarda invece la scrittura delle canzoni, pur non amando particolarmente fare bilanci o soffermarmi a dare io stesso una valutazione critica della mia poetica musicale, è intorno al 2009, con la scrittura di canzoni come "Mentre" o "Carovane", che mi sono reso conto sempre di più che la scrittura è per me, come amo ripetere, un'azione non intellettuale, ma percettiva. Un pensiero che viene dall'ascolto del silenzio, da quella che potremmo definire una forma di meditazione spontanea. Un fiume che mi attraversa. Un fiume di cui non vediamo la sorgente, ma che ci conduce tutti nello stesso mare. Come si è evoluto negli ultimi anni il tuo approccio alla canzone d'autore?Il mio approccio alla scrittura delle canzoni è sempre stato più o meno lo stesso. E' tutta una questione di memoria. Col passare degli anni mi sono reso conto che pur scrivendo sempre di più mi sembra di scrivere sempre meno. E' la memoria che condensa i tratti essenziali e definitivi di ogni testo o musica. Quando il testo è vero e compiuto io lo so a memoria. E non so come funziona. E questo mi appassiona. Però prima, molto tempo fa, giravo sempre con piccoli quaderni neri bordati in rosso nelle tasche. Ho scritto poesie e canzoni con le matite e sulle matite, veri e propri archetti nella direzione di sinfonie letterarie che nel mio caso spesso finiscono con l'ispirare una musica. Ho sperimentato una scrittura che viene dal silenzio, dall'attenzione, dalla concentrazione e dall'ascolto di tutto quello che il rumore della modernità ha sommerso. Considero il mio scrivere come un "farsi antenna", un rice-trasmettitore di segnali liberati nell'universo dai tempi di Socrate e di Platone. E ancora prima, dalle antiche civiltà orientali e mediorientali. Risalendo fino all'epoca del mito. Ed è per questo che ho sempre voluto che il mio scrivere, pur trattando anche di temi quotidiani, non avesse mai una collocazione nel tempo ma fosse in qualche modo inattuale e fuori dal tempo profano, bensì in un tempo di fondazione com'è appunto quello della mitologia. Così come molti personaggi e paesaggi delle mie canzoni sono calati in un'odissea privata, in una leggenda privata, in un tempo che è fuori dal tempo. Sei un appassionato dei grandi cantautori ed in particolare di Bob Dylan di cui ha tradotto anche diversi brani in italiano. Che peso ha avuto la sua poetica nella tua cifra stilistica?Proprio come disse Dylan a proposito di Woody Guthrie, mi piace dire che Bob Dylan è stato per me "il mio primo ed ultimo idolo". Quanto all'influenza della sua poetica sulla mia scrittura posso affermare che non è un dato poi così rilevante. Non più di quello che ha rappresentato per tutti i songwriters di tutto il mondo. Questo perché le mie canzoni sono sempre autobiografiche al cento per cento. Scaturiscono da un lavoro continuo di introspezione. Quindi sono i fatti, le esperienze e le vicende della mia vita a fornirmi "l'ispirazione" e non prendo spunto da altro. Poi, certo, potrei concludere dicendo che con Dylan ho condiviso letture formative molto importanti, da Walt Whitman fino a Wiliam Blake e soprattutto Arthur Rimbaud, con cui tutti gli artisti contemporanei, come sottolineò lo stesso Dylan nelle note alla copertina di Desire, hanno in qualche modo un debito. Sì, in definitiva la mia cifra stilistica è stata influenzata più dalla poesia e dai poeti che ho più amato da ragazzo, ma anche dai miei studi sulla Storia delle religioni, sulla mitologia e, più in generale, su tutto quello che ha a che fare con la spiritualità. Nel tradurre un brano dall'inglese, quali sono gli elementi poetici che metti in risalto?L'elemento che per me è più importante nella traduzione di un testo, dopo ovviamente quello di rendere l'idea del contenuto del testo e salvaguardarne l'impatto poetico, è quello di "rispettare" il suono delle parole e il numero delle sillabe di ogni verso. Se aggiungi o togli una sillaba hai modificato la melodia! Questo è quello che ho sempre cercato di fare. Come nell'ultima canzone che ho tradotto e potete trovare on line nella mia versione in italiano, "Hallelujah" di Leonard Cohen. Come nasce il progetto "Davanti alla fine del mondo #1"? Come mai hai scelto di realizzare un Ep e non un disco sulla lunga durata?Questo nuovo lavoro discografico è nato nella scorsa primavera, in pieno lockdown, dall'incontro con il filosofo Mauro Cascio, autore di un omonimo libro di racconti filosofici e che mi ha chiesto se volevo ispirarmi liberamente ad alcuni di questi racconti per scrivere delle nuove canzoni. Un'incontro voluto da Massimo Ricciuti, amico, giornalista e scrittore, che ha avuto questa originale e brillante idea. Così in pochi giorni, come per magia, sono arrivate le prime tre canzoni. La title track "Davanti alla fine del mondo"; e poi "L'ultimo viaggio di Ulisse" e "Canzone di Abelardo". Tre canzoni che prendono spunto da altrettanti racconti contenuti nel libro. Ne arrivano poi altre tre, che hanno un'origine autonoma che ci riconduce al mio mondo poetico. "Getterò alle spalle", "Echi del Tempo" e infine "Acqua nell'acqua". Il disco, sebbene distribuito dalla Sony, è stato auto-prodotto e quindi la scelta di un EP con sei canzoni è stata una scelta forzata. Non c'erano più i fondi per produrre altre cinque o sei canzoni. E questo è un po' un peccato, perché i soldi non c'erano più, ma altre canzoni sì! Per questo anche abbiamo avuto l'idea di continuare il discorso, si spera, con un prossimo EP a cui potremmo dare il titolo di "Davanti alla fine del mondo #2". Per dare una sorta di carattere "seriale" alle pubblicazioni. "Davanti alla fine del mondo", la title-track sembra un'istantanea dei giorni del lockdown. Come nasce questo brano?La canzone è nata in pochissimo tempo, non avevo ancora finito di leggere l'omonimo racconto di Mauro Cascio quando Massimo Ricciuti mi ha inviato un sunto con quelli che potevano essere gli aspetti principali del racconto da riprendere e riportare in forma canzone. Anche per la parte musicale ho ricevuto un importantissimo contributo da Francesco Musacco, che ha curato gli arrangiamenti e la produzione artistica. Francesco mi ha inviato un loop di basso e batteria che aveva appena creato e mi ha detto di provare "a giocarci un po". Ho cominciato a suonare la chitarra e a cantare seguendo quell'andamento ritmico e in due ore è uscita fuori la canzone! Quali suggestioni poetiche e letterarie hanno ispirato "L'ultimo viaggio di Ulisse"?Le suggestioni qui sono arrivate direttamente dal racconto di Mauro Cascio. Anche questa volta grazie a un preziosissimo input di Massimo Ricciuti, che da ottimo scrittore qual è, mi aveva inviato anche in questo caso una sua bozza contenente alcuni versi che poi ho finito di elaborare e messo in musica. Si tratta di un Ulisse più Dantesco che Omerico. Questa del viaggio per mare è una figura che ricorre spesso anche in altre mie canzoni, vedi "Dalla pace del mare lontano". Quanto c'è di autobiografico nei brani di questo Ep?Come ho già avuto modo di dire tutte le mie canzoni sono sempre autobiografiche. In particolare, tra quelle di questo nuovo disco "Acqua nell'acqua" e "Getterò alle spalle" sono prettamente autobiografiche in quanto non risentono dell'influenza dei racconti di Cascio che hanno invece liberamente ispirato tre canzoni di questo EP. (Davanti alla fine del mondo/L'ultimo viaggio di Ulisse/Canzone di Abelardo). Concludendo, come si evolverà il progetto "Davanti alla fine del mondo #1"? La presenza del numero 1 lascia intendere che ci sarà un seguito?Auspicabilmente con dei concerti e con la successiva pubblicazione di nuove canzoni. Stiamo seguendo anche l'idea di un cofanetto contenente disco e libro. Ma sono tutte ipotesi. L'importante come sempre è stare nel "qui ed ora". E non farci trovare impreparati davanti alla fine di un mondo che si spera possa finalmente spalancare il futuro a un mondo migliore.Roberto Kunstler – Davanti alla fine del mondo #1 (Sony Music Italy, 2021)Ci sono dischi che segnano un punto di svolta nel percorso artistico di un cantautore, vere e proprie piccole rivoluzioni copernicane che invertono prospettive, sovvertono stilemi e sonorità, o che semplicemente rimescolano le carte in tavola. E' il caso di "Davanti alla fine del mondo #1" di Roberto Kunstler, album realizzato durante la primavera dello scorso anno, nel pieno del lockdown ed ispirato dalla lettura del libro omonimo del filosofo Mauro Cascio, conosciuto grazie all'amico comune, il giornalista e politologo Massimo Ricciuti. Quella serie di appunti filosofici, vergati sotto forma di storie, ha colpito profondamente la sensibilità del cantautore romano e nel giro di poche ore hanno preso vita tre brani nuovi, tre riflessioni sulla contemporaneità dell'uomo, figlio di un tempo complesso e difficile da decifrare. Primo capitolo di un più complesso progetto che vedrà susseguirsi le uscite, senza una precisa periodicità, questo nuovo disco raccoglie sei brani inediti che, come suggerisce il titolo, non descrivono uno scenario apocalittico di una prossima fine del mondo, ma mirano a sollecitare una rinascita necessaria dell'uomo per riconciliarsi con l'amore e la grande architettura dell'universo di cui facciamo parte. Rispetto ai precedenti lavori la scrittura di Kunstler si è fatta ancor colta, densa di lirismo e intrisa di suggestioni che toccano l'anima dell'ascoltatore. In questo senso fondamentale è stato il lavoro di Francesco Musacco che ha prodotto il disco, riuscendo a costruire una perfetta cornice sonora, arrangiando i brani con grande cura ed eleganza, esaltando le suggestioni dei testi. Accolti dalla bella copertina firmata dallo stesso cantautore romano che evoca l'Arca di Noè come archetipo di speranza e rinascita, il disco si apre con il trascinante folk-rock della title-track, nella quale si intrecciano riflessioni sul futuro del mondo, l'amore e il destino e ci conduce alle atmosfere jazzy della raffinata "Echi del tempo" nella quale spicca con maggior risalto il sostrato filosofico che l'ha ispirata. Se l'intensa e riflessiva "L'ultimo viaggio di Ulisse" è una ballata dalla struttura folk in cui il cantautore romano si sofferma sui ricordi del passato, la successiva "Canzone di Abelardo" rialza il ritmo regalandoci il vertice del disco con i fiati ad impreziosire il tutto. Lo storytelling di "Getterò alle spalle" e la ballata intimistica "Acqua nell'acqua, completano un disco denso di poesia, da ascoltare con grande attenzione, lasciandosi trasportare dalle sue potenti suggestioni poetiche.
Salvatore Esposito
IL POPOLO DEL BLUES
Roberto Kunstler: "Il mio cognome significa artista"
22 NOVEMBRE 2021 by PDB in INTERVISTE

Roberto Kunstler torna a rivolgersi al pubblico due anni dopo "Senza dire niente" con il nuovo Ep "Davanti alla fine del mondo". Per l'occasione parliamo lo stesso autore e interprete.
Ci racconta la genesi di questi due lavori usciti in un periodo singolare per la musica e per il nostro paese?
L'idea per l'ep "Davanti alla fine del mondo" arrivò nella primavera del 2020, in pieno lockdown. In quei giorni mi preparavo ad affrontare la mia prima, e fin qui unica, esibizione come pittore, in una personale alla Galleria Incinque Open Art, a Monti, nel cuore di Roma. A differenza di tutti gli altri miei lavori, Davanti alla fine del mondo ha ricevuto un primo input dall'incontro con il filosofo e saggista Mauro Cascio, allievo della scuola di Cacciari e autore dell'omonimo libro di racconti. L'idea di coniugare una serie di racconti filosofici con una raccolta di canzoni, con l'intenzione di promuovere un progetto interdisciplinare, è stata di Massimo Ricciuti, amico comune, scrittore e giornalista, che mi ha chiesto se volevo ispirarmi ad alcuni di questi racconti per scrivere nuove canzoni. In realtà si è trattato di un'ispirazione molto libera. Nel senso che non ho dovuto mettere in forma-canzone il contenuto dei racconti. Mi sono limitato a prendere degli spunti dai personaggi presenti in tre racconti e da alcune brevi suggestioni in versi che mi ha suggerito lo stesso Massimo Ricciuti, anche lui ispirato dalla lettura dei racconti filosofali di Cascio. Io ho completati quegli spunti adattandoli per essere messi in musica. Nel libro di Cascio, "la fine del mondo" non avviene tramite una catastrofe o un'invasione di alieni, come siamo abituati a vedere nei film di fantascienza, bensì attraverso la perdita dell'uso della parola da parte dei protagonisti del racconto che si chiamano A e B, che ritroviamo anche nel refrain del brano che da il titolo all'Ep. Le canzoni direttamente collegate ai racconti del libro sono tre: "Davanti alla fine del mondo", "L'ultimo viaggio di Ulisse" e "Canzone di Abelardo". Le altre tre: "Echi del tempo", "Getterò alle spalle" e "Acqua nell'acqua", nascono invece in autonomia, e ciò non toglie che vanno ad integrarsi perfettamente con le altre nel disco riportandolo, come si diceva un tempo, ad una sorta di concept album. Questa sorta di indagine sullo sgretolamento del linguaggio presente in Davanti alla fine del mondo era, in qualche modo, già presente nel precedente album "Senza dire niente", le cui registrazioni abbracciano un arco di due-tre anni. Anticipato da tre singoli, "Senza dire niente" è uscito nell'autunno del 2019 quasi in punta di piedi, coerente nel titolo ma non certo per mia scelta, piuttosto per quello che abbiamo vissuto allo scatenarsi della pandemia, che ha creato le condizioni per farci pensare ad altro che non alla musica e all'arte. In quel lavoro ho messo insieme canzoni inedite e alcune di quelle che avevo scritto per i dischi di Sergio Cammariere e di cui non avevo mai pubblicato una mia versione, sebbene le portassi spesso dal vivo nei concerti. Tra queste "Tutto quello che un uomo" (brano presentato a Sanremo nel 2003), "Padre della notte" e la mia versione di "Dalla pace del mare lontano", che è anche il brano di apertura dell'album "I ricordi e le persone" del 1993, a firma Kunstler & Cammariere che Sony Music ha da poco pubblicato per la prima volta in digitale. Di "Vita d'artista", che chiude l'album, scrissi parole e musica nel 1997 giocando sul fatto che il mio cognome in tedesco significa proprio artista.
Il nuovo disco si muove tra sonorità acustiche e contaminazioni più elettriche, quanto è stata importante la produzione e gli arrangiamenti di Francesco Musacco?
La produzione artistica di Francesco Musacco è di un'importanza fondamentale. Si tratta di una collaborazione cominciata quindici anni fa, credo nella primavera del 2007. L'incontro con Francesco si rivelò da subito fondamentale e decisivo per la realizzazione in studio delle mie canzoni. Prima che ci conoscessimo avevo sempre registrato i miei dischi suonando con amici musicisti di altissimo livello. Ma per gli arrangiamenti seguivamo la direzione data dai miei provini, che poi arricchivamo nelle session in sala di registrazione. Ma la figura di un vero produttore artistico non c'era mai stata. Lo eravamo un po' tutti, tutti i musicisti con cui suonavo potevano dare un loro contributo, provare una loro idea. Certo, spesso stava a me decidere cosa andasse bene… Ma un vero produttore, poi del calibro di Francesco Musacco, non c'era mai stato. Nei tre album che feci a inizio carriera i discografici mi davano carta bianca, lo stesso accadde per il disco d'esordio insieme a Cammariere. Fummo noi, insieme alla Stress Band ad arrangiare il disco. Soprattutto Sergio ed io, che avevamo passato parecchi mesi a fare provini. Ma era sempre uno sguardo dall'interno. Attraverso la collaborazione e l'amicizia con Francesco Musacco mi sento invece arricchito dal cambio di prospettiva, dal suo sguardo dall'esterno, che può dire e dare qualcosa in più. In fondo, questo aspetto della produzione vale per tutti. Anche ai livelli più alti. I dischi di Bob Dylan arrangiati e realizzati da Daniel Lanois sono in assoluto quelli che suonano meglio. Ho citato non a caso questo grande produttore che ha realizzato dischi bellissimi anche con altri artisti come gli U 2 o Peter Gabriel, tanto per fare un esempio. Sì, perché nell'approcciare le mie canzoni, Francesco deve aver pensato sicuramente anche a Dylan e alle sue periferie, a quel mondo fatto di suggestioni, country, rock, blues. Di armonica e chitarra acustica. Ricordo che ero molto lusingato quando, i primi tempi, mi diceva che la cosa che più lo attraeva nell'accostarsi a questo mio mondo era la mia voce, il mio modo di cantare. Nessuno mi aveva mai detto una cosa simile. Di me, ero abituato da sempre a sentir parlare bene, in primis, dei testi. E ad oggi più di un critico musicale ha accostato alcuni suoi arrangiamenti a quelli di Daniel Lanois.

C'è una differenza nel metodo di scrittura nei suoi lavori e in quelli per altri (ad esempio il già citato Cammariere)?
No, non c'è una differenza nel metodo di scrittura. Piuttosto direi che ho sempre trovato e sperimentato diverse metodologie di scrittura e di approccio. È una scrittura che viene dal silenzio, dall'attenzione, dalla concentrazione e dall'ascolto di tutto quello che il rumore della modernità ha sommerso. Considero il mio scrivere come un farsi antenna, un ricetrasmettitore di segnali liberati nell'universo sin dai tempi di Socrate e di Platone. E ancora prima, dalle antiche civiltà orientali e mediorientali. Risalendo fino all'epoca del mito. È per questo che ho sempre voluto che il mio scrivere, pur trattando anche di temi quotidiani, non avesse mai una collocazione nel tempo ma fosse in qualche modo inattuale e fuori dal tempo profano, bensì in un tempo di fondazione com'è appunto quello della mitologia. Così come tutti i personaggi e i paesaggi di molte mie canzoni sono calati in una odissea privata, in una leggenda privata, in un tempo che è fuori dal tempo. Quando scrivo non so da dove arriva il vento, solo mi faccio strumento. Se scrivo ancora è per concedermi pause dall'essere.
Del nuovo Ep ci hanno colpito "Echi del tempo" e "Getterò alle spalle", può parlarcene meglio?
Non mi è facile parlare delle mie canzoni. Quello che avevo da dire in quel momento l'ho messo lì dentro. Di alcune posso però dire esattamente perché le ho scritte o cosa mi ha spinto a scriverle. Ma non c'è una ricerca… e forse nemmeno un cercatore… "Getterò alle spalle", per esempio, è venuta da sola, in una sera d'estate, seduto sulla mia veranda e la musica arrivò insieme alle parole. È una canzone d'amore che tratta il consueto e doloroso tema della separazione amorosa, ma lo fa senza tristezza, con una vena di malinconica allegria, lasciando intravedere la possibilità di una consapevole accettazione di un'unità di tutte le cose. "Echi del tempo" è il risultato di un esperimento mai fatto prima. Almeno per me. L'abbiamo scritta insieme io e Francesco Musacco. Lui ha scritto la musica ed io le parole. Stavamo lavorando distanti chilometri perché eravamo in pieno lockdown e nonostante la distanza eravamo in fermento creativo. Francesco mi mandò una sua idea, cominciai a suonare il pezzo con la chitarra e a scriverci sopra delle parole. È stato abbastanza semplice. Il testo della canzone sembrò arrivarmi dai vicoli del Greenwich Village in cui ho pascolato i miei sogni di ragazzino. Penso al protagonista di questa canzone come allo stesso vagabondo notturno di "Mr. Tambourine man" che non ha sonno e non ha un posto dove andare. Penso alle stesse domande di cui ancora oggi cerchiamo una risposta nel vento. Sospesa negli echi del tempo.
Lei viene dalla grande palestra del Folkstudio, un luogo che metteva la canzone d'autore al centro di tutto. Oggi in che stato trova questa musica e ci sono nomi che recentemente l'hanno colpita?
Sì, cominciai ad esibirmi al Folkstudio a diciassette anni e qualcuno mi ha fatto notare che probabilmente sono l'ultimo cantautore romano uscito da quella palestra, da quella scuola. Ma tutte queste definizioni sono solo concetti astratti. Direi piuttosto che anch'io sono passato dalla "palestra" del Folk Studio, che poi era molto piccola, proprio nell'ultimo periodo di quella bellissima officina musicale da dove sono usciti De Gregori, Venditti e molti altri cantautori, soprattutto della cosiddetta "scuola romana". Frequentai il mitico locale di Giancarlo Cesaroni alla fine degli anni 70, andavo ancora al liceo. Erano gli "anni di piombo". Anni difficili, ma che ancora offrivano l'opportunità di sentirsi parte di quel movimento di evoluzione e rivoluzione mondiale che era cominciato, circa vent'anni prima, all'inizio degli anni 60. Al Folkstudio, nonostante la differenza di età, diventai amico di Francesco De Gregori e Mimmo Locasciulli che furono i primi a parlare delle mie esibizioni anche nell'ambiente discografico della RCA. Diventai amico anche di Ernesto Bassignano, di Giancarlo Susanna e Alberto Castelli, fondatori di Radio Blue (una delle prime radio libere) che dopo avermi ascoltato mi invitarono a cantare in diretta alla radio. Nello stesso periodo registrai i miei primi provini negli studi della RCA di Ennio Melis. E poi arrivarono Vincenzo Micocci e Lilli Greco. Anche questa fu una palestra importante. Ma in fondo, quasi non posso separare del tutto un'esperienza dall'altra. Tutte queste cose accaddero contemporaneamente. A poco più di vent'anni partecipai al Festival di Sanremo e pubblicai il mio primo album che prendeva il titolo proprio da una delle prime canzoni che cantavo nel locale di Trastevere, "Gente comune". Tornando quindi al Folkstudio, è difficile raccontare il clima di quelle giornate. Le esibizioni acustiche senza microfono, seduto, davanti a un pubblico attento, sul famoso seggiolone rosso, lo stesso dove all'inizio degli anni sessanta si era seduto anche un ancora sconosciuto Robert Zimmerman. Tutto il resto è storia. Una storia di cui non posso non esser felice di averne fatto parte.
Marco Sonaglia
