Introduzione

Introduzione a Roberto Kunstler

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Un caso raro nell'ambito del cantautorato italiano è quello di Roberto Kunstler che da più di trent'anni riesce a portare avanti contemporaneamente due officine creative, due cantieri. Verso la fine degli anni '70 comincia a scrivere le sue canzoni e dal 1992 ad oggi anche tutto il repertorio Kunstler- Cammariere. Sono due percorsi complementari e prolifici che sceglie senza mai tradire se stesso. Anzi, è una sorta di "dualismo" creativo che gli permette di scrivere sia da solo, come cantautore, che in due, proprio come nei gruppi che lo hanno ispirato da ragazzo e che hanno fatto la storia della musica dagli anni '60 ad oggi. I Beatles, i Rolling Stones, tanto per citare i casi più eclatanti, dove la nascita di una canzone è quasi sempre il frutto di un lavoro di coppia tra due musicisti, spesso anche cantanti. Ed è proprio questo aspetto che attrae Kunstler a volersi calare anche in questo nuovo e diverso contesto creativo, nel quale continua però a portare il suo linguaggio e a trovare sempre nuove metodologie di approccio alla scrittura. A volte rivisitando canzoni del passato o mai pubblicate, altre scrivendo testi su armonie e melodie create dal- l'amico Cammariere, dando grande importanza non solo al concetto, ma - trattandosi di parole in musica – anche al suono della parola stessa. Nella fase di scrittura, Kunstler e Cammariere provano, suonano e cantano il pezzo insieme fino a definire la chiusura di ogni singolo brano.

Le radici di Kunstler cantautore le troviamo già durante il liceo verso la fine degli anni '70, quando ancora liceale si esibiva per le prime volte al Folk Studio e marinava la scuola, passando mattinate intere in una piccola libreria nel centro di Roma per nutrirsi dei grandi della letteratura francese come Baudelaire, Rimbaud, Bataille. Egli stesso afferma di aver ricevuto in quegli anni una vera e propria "iniziazione".
All'università, continua a manifestare una vivace curiosità verso il mondo della poesia, della filosofia, della storia delle religioni, dell'antropologia. Studia e scrive moltissime canzoni, sperimentando una scrittura intensa che viene dal silenzio, dall'attenzione, dalla concentrazione e dall'ascolto di tutto quello che il rumore della modernità ha sommerso. Il suo scrivere è come un farsi antenna, un ricetrasmettitore di segnali liberati nell'universo dai tempi di Socrate e Platone. E ancora prima! Il suo è uno sguardo non tanto "intellettualistico", ma prossimo ai moti più impercettibili del cuore ("enciclopedia del sapere universale"). Ciò fa sì che la scrittura di Kunstler sia fortemente "inattuale", vale a dire radicata in un terreno fertile, un territorio di frontiera ancora vergine, il solo nel quale è ancora possibile una creazione artistica che sia anche cosmogonia. Ad- dentrarsi nei testi di Kunstler vuol dire cogliere quelle so- stanze archetipiche che muovono la realtà e che, per quanto misteriose di fronte all'immensità della vita e alla complessità di ogni cognizione, si trasformano e rivelano la loro vera essenza ad uno sguardo intuitivo e indagatore più che visionario.

Anche quando dà vita a surreali mitologie moderne, il lin- guaggio si serve degli oggetti più umili e familiari denunciando in questo un sottile legame con i più whitmaniani autori della Beat Generation. Un viaggio anche metafisico quello di Kunstler  che traccia i confini fluttuanti di un paesaggio emotivo e anche meditativo che alimenta la domanda esistenziale di tutta la sua produzione.


UNA QUESTIONE DI MEMORIA

E' tutta una questione di memoria. Col passare degli anni mi sono reso conto che pur scrivendo sempre di più mi sembra di scrivere sempre meno. E' la memoria che condensa i tratti essenziali e definitivi di ogni testo. Quando il testo è vero e compiuto io lo so a memoria. E non so come funziona. E questo mi appassiona. Però prima, molto tempo fa, giravo sempre con piccoli quaderni neri bordati in rosso nelle tasche. Ho scritto poesie e canzoni con le matite e sulle matite, veri e propri archetti nella direzione di sinfonie letterarie che nel mio caso spesso finiscono con l'ispirare una musica. Ho sperimentato una scrittura che viene dal silenzio, dall'attenzione, dalla concentrazione e dall'ascolto di tutto quello che il rumore della modernità ha sommerso. Considero il mio scrivere come un farsi antenna, un ricetrasmettitore di segnali liberati nell'universo dai tempi di Socrate e di Platone.
E ancora prima, dalle antiche civiltà orientali e mediorientali. Risalendo fino all'epoca del mito. Ed è per questo che ho sempre voluto che il mio scrivere, pur trattando anche di temi quotidiani, non avesse mai una collocazione nel tempo ma fosse in qualche modo inattuale e fuori dal tempo profano, bensì in un tempo di fondazione com'è appunto quello della mitologia. Così come tutti i personaggi e i paesaggi di molte mie canzoni sono calati in una odissea privata, in una leggenda privata, in un tempo che è fuori dal tempo.

Oggi, al di là delle battaglie vinte e perse, al di là delle soddisfazioni, della fame o dei profitti, dei premi della critica e dei festival e della televisione e della visibilità e dell'assenza di visibilità ho sempre scritto grazie a quella iniziazione che ho avuto la possibilità di ricevere verso la seconda metà degli anni settanta quando.... la strada era lunga e sembrava infinita.
Queste canzoni e questi versi sono stati necessari nel senso greco del termine e presi singolarmente o come un unico blocco di pensiero fermato alla sorgente sono intrisi dalla testimonianza di una memoria collettiva, sociale, storica, da un modo di sentire e percepire di chi ha avuto diciotto anni nel 78, negli anni di piombo, alla fine di quel sogno, di quella speranza di cambiamento...alla fine di un' epoca che era cominciata più di quindici anni prima e per alcuni aveva avuto il suo apice nel famoso 68 quando io ero in terza elementare. Ma poi ci fu il 77. E gli ultimi fuochi di quella rivoluzione nata come pacifica si trasformarono purtroppo in ulteriore violenza.

Personalmente non ho mai partecipato ad alcuna attività politica. A sedici anni, Bob Dylan, la lettura di Rimbaud e Baudelaire, di Montale e Ungaretti, la poesia e la musica avevano già occupato gran parte del mio divenire. Ricordo bene che verso i quattordici anni ebbi questa idea delle canzoni e vedevo le canzoni come qualcosa di importante, almeno come scrivere su un grande quotidiano, ma ancora di più! Perché potevano davvero arrivare a tutti!
In quella che consideravo la complessa trama culturale del paese vedevo lo scrivere canzoni come un mestiere di comunicazione, di intervento e contributo sociale, spirituale, qualcosa che bisognava trasmettere, uno sforzo comune da compiere per progredire sulla strada di una evoluzione equilibrata e governata dalla comprensione del cuore.
Ho cominciato questo mestiere e questa carriera molto giovane, registrai la prima volta negli studi della RCA quando andavo ancora al liceo e mia madre mi doveva scrivere una giustificazione affinché di tanto in tanto potessi saltare due o tre giorni di scuola!

Roberto Kunstler