INTRODUZIONE
Introduzione a Roberto Kunstler

Il dualismo creativo: tra firma solista e lavoro di coppia
Roberto Kunstler rappresenta un caso raro nel panorama del cantautorato italiano: da oltre trent'anni porta avanti, contemporaneamente e con assoluta coerenza, due distinte officine creative.
Da un lato la sua produzione solista, dall'altro la creazione dell'intero repertorio Kunstler-Cammariere.
In questa dimensione a due, la nascita di una canzone diventa un rito simbiotico:
nella maggior parte dei casi, è la poesia di Kunstler a nascere per prima, un testo autonomo che Cammariere veste poi di musica. Altre volte il processo si inverte, con Kunstler che plasma le parole sulle melodie dell'amico, ispirandosi alla grande tradizione delle storiche coppie d'autori della musica internazionale. In ogni caso, si lavora non solo sul concetto, ma sulla sostanza e sul suono stesso della parola, provando e cantando insieme fino alla chiusura di ogni singolo brano.

Le radici: la letteratura francese e la Beat Generation
Le radici del Kunstler cantautore affondano nella Roma di fine anni '70 quando, ancora liceale, debutta sul palco del Folk Studio. In quegli stessi anni riceve una vera e propria iniziazione letteraria, nutrendosi tra gli scaffali delle librerie del centro dei grandi poeti e scrittori francesi come Baudelaire, Rimbaud e Bataille. Una vivace curiosità che proseguirà negli studi universitari tra filosofia, poesia e storia delle religioni del Vicino Oriente. Il suo non è uno sguardo intellettualistico, ma un ascolto teso ai moti più impercettibili del cuore. Questo rende la scrittura di Kunstler felicemente "inattuale": un linguaggio radicato in un territorio di frontiera dove la creazione artistica si fa cosmogonia.
Una mitologica modernità
Addentrarsi nei suoi testi significa cogliere sostanze archetipiche che muovono la realtà e che, di fronte al mistero dell'esistenza, si rivelano attraverso uno sguardo intuitivo e indagatore. Anche quando dà vita a surreali mitologie moderne, Kunstler evoca e riscatta gli oggetti più umili e familiari, rivelando un legame sottile con la linea più whitmaniana della Beat Generation. Il suo è un viaggio anche metafisico, capace di tracciare i confini fluttuanti di un paesaggio emotivo e meditativo che alimenta, da sempre, la domanda esistenziale di tutta la sua produzione.
UNA QUESTIONE DI MEMORIA
(di Roberto Kunstler)

È tutta una questione di memoria. Col passare degli anni mi sono reso conto che, pur scrivendo sempre di più, mi sembra di scrivere sempre meno: è la memoria che condensa i tratti essenziali e definitivi di ogni testo. Quando un testo è vero e compiuto, io lo so a memoria. Non so come funziona, ed è proprio questo che mi appassiona.
Molto tempo fa giravo sempre con piccoli quaderni neri bordati di rosso in tasca. Ho scritto poesie e canzoni con le matite e sulle matite, veri e propri archetti lanciati verso sinfonie letterarie che, nel mio caso, finiscono spesso per ispirare la musica. Ho sperimentato una scrittura che viene dal silenzio, dall'attenzione e dall'ascolto di tutto ciò che il rumore della modernità ha sommerso.
Considero il mio scrivere come un farsi antenna, un ricetrasmettitore di segnali liberati nell'universo dai tempi di Socrate e Platone, e ancora prima, dalle antiche civiltà mediorientali, risalendo fino all'epoca del mito. Per questo ho sempre voluto che i miei testi, pur trattando di temi quotidiani, non avessero una collocazione precisa ma fossero in qualche modo "inattuali". Fuori dal tempo profano, dentro un tempo di fondazione com'è quello del mito. I personaggi e i paesaggi di molte mie canzoni sono calati in un'odissea privata, in una leggenda fuori dal tempo.
I diciotto anni nel '78 e la necessità dei versi
Oggi, al di là delle battaglie vinte o perse, delle soddisfazioni, dei profitti, dei premi della critica o della visibilità televisiva, so che ho sempre scritto grazie a quell'iniziazione ricevuta nella seconda metà degli anni Settanta, quando la strada era lunga e sembrava infinita.
Queste canzoni e questi versi sono stati necessari, nel senso greco del termine. Presi singolarmente o come un unico blocco di pensiero, sono intrisi della testimonianza di una memoria collettiva, storica.
È il modo di sentire di chi ha avuto diciotto anni nel 1978, in pieno stile "anni di piombo", alla fine di quel sogno e di quella speranza di cambiamento. Un'epoca iniziata quindici anni prima, che aveva avuto il suo apice nel '68 — quando io ero in terza elementare — e i cui ultimi fuochi si erano spenti nel '77, trasformando una rivoluzione nata come pacifica in ulteriore violenza.
La trama culturale e il mestiere della canzone
Personalmente non ho mai partecipato ad alcuna attività politica. A sedici anni, Bob Dylan, la lettura di Rimbaud e Baudelaire, di Montale e Ungaretti avevano già occupato gran parte del mio divenire.
Verso i quattordici anni ho avuto l'idea delle canzoni: le vedevo come qualcosa di immensamente importante, come scrivere su un grande quotidiano, anzi di più, perché potevano davvero arrivare a tutti.
Nella complessa trama culturale del Paese, consideravo lo scrivere canzoni come un mestiere di comunicazione, di intervento e contributo sociale e spirituale. Qualcosa da trasmettere, uno sforzo comune per progredire su una strada regolata dalla comprensione del cuore.
Ho iniziato questo mestiere molto giovane. Registrai per la prima volta negli studi della RCA quando andavo ancora al liceo, e mia madre doveva scrivermi la giustificazione sul diario affinché potessi saltare la scuola per andare in sala d'incisione.
Roberto Kunstler